sabato 30 luglio 2011

solidarietà con i migranti: chiediamo la chiusura del centro di Mineo

foto di Alberta Dionisi














Sin dal primo giorno in cui fu avanzata, con grande impiego di mezzi propagandistici, l'idea di concentrare a Mineo richiedenti asilo da tutta Italia, abbiamo denunciato il carattere devastante, affaristico e razzista del progetto. Grandi quantità di denaro pubblico sono state dirottate nelle casse di una grande azienda per un complesso abitativo, altrimenti inutilizzabile e si è realizzato un centro di segregazione, le cui caratteristiche appaiono di giorno in giorno inaccettabili, foriere di problemi drammatici e di ulteriori speculazioni. Quindi è necessario, come chiedono le associazioni antirazziste e le forze più avvedute del territorio, chiudere rapidamente il centro di Mineo, porre fine all'alimentazione di affari privati con denaro pubblico, realizzare reali politiche di accoglienza.

Luca Cangemi
coordinamento nazionale Federazione della Sinistra

giovedì 28 luglio 2011

solidarietà con i migranti in lotta a mineo - raccolta indumenti e incontro interetnico

RACCOLTA DI INDUMENTI ESTIVI FEMMINILI,
DIZIONARI TASCABILI INGLESE/ITALIANO E FRANCESE/ITALIANO,
LIBRI IN INGLESE O FRANCESE

Continua la raccolta a sostegno dei migranti. Sono stati esplicitamente richiesti soltanto i generi indicati sopra, che saranno distribuiti a Mineo sabato pomeriggio.
Chi volesse contribuire può portare indumenti femminili estivi, vocabolari e libri:
oggi, giovedì 28 luglio, dalle 17 alle 19, e sabato 30 dalle 11 alle 12, presso il PdCI/FdS, via Paternò, 19, Catania
domani, venerdì 29 luglio, dalle 17 alle 19, presso il Circolo Città Futura PRC/FdS, via Gargano, 37, Catania



Solidarietà con i migranti in lotta a Mineo per il diritto d'asilo

La Rete Antirazzista catanese ha nei giorni scorsi lanciato una campagna nazionale per la chiusura del Cara di Mineo. Il nostro appello fa seguito a mesi di monitoraggio e di denuncia delle condizioni di vita dei richiedenti asilo ospitati nel villaggio della solidarietà.
La protesta di oggi , che ha visto numerosi feriti fra i manifestanti, l’esplosione della rabbia della comunità africana che registra un altissimo numero di dinieghi fra i richiedenti asilo provenienti dalla Libia, confermano le nostre analisi: il Cara di Mineo non è il centro modello per richiedenti asilo, il fiore all’occhiello del governo italiano nel campo dell’accoglienza ai migranti; al contrario è un luogo di sofferenza dove quasi 2000 richiedenti asilo vivono in una condizione di totale isolamento, nell’incertezza più assoluta sul proprio futuro. La carenza di mediatori culturali, la difficoltà a contattare dei legali e ad avere informazioni circa le richieste di asilo prodotte, i tempi lunghissimi della commissione esaminatrice, hanno prodotto un clima di esasperazione e di conflittualità anche interna sfociato nella protesta odierna.
E’ necessario restituire condizioni di vita dignitose ai migranti di Mineo.
CHIUDERE IL VILLAGGIO DELLA « SOLIDARIETA' » IN TEMPI RAPIDI E' POSSIBILE.
Intanto deve essere garantito a quanti desiderano farlo, e ne hanno la possibilità, di domiciliare la loro pratica di richiesta d'asilo presso un legale; facendo appello poi alle amministrazioni locali, alle forze politiche e alle associazioni antirazziste e solidali per attivare e moltiplicare l'esperienza degli SPRAR sul territorio calatino e non solo.
E’ possibile attivare percorsi virtuosi di accoglienza e di reale inserimento sociale persino risparmiando: 20-23 euro al giorno per rifugiato a fronte del contributo oscillante dai 40 ai 52 euro che il governo versa agli enti che gestiscono i CARA (a Mineo, fino al 30 luglio, la Croce Rossa Italiana, ente individuato del governo senza l'indizione di un bando pubblico; nulla fa pensare che andrà meglio con la subentrante Protezione Civile).
Il modello di esclusione e di emarginazione del CARA di Mineo non ha motivo di esistere se non per dipingere i richiedenti asilo, costretti a fuggire dai loro paesi, come un'emergenza nazionale tale da giustificare la militarizzazione del territorio e la gestione clientelare delle risorse.
Facciamo appello alle popolazioni calatine a non farsi travolgere dalle psicosi xenofobe, le giuste proteste dei richiedenti asilo sono causate dall'irresponsabile, clientelare e razzista gestione del Cara di Mineo, le guerre fra poveri ( fra migranti di diverse nazionalità e fra migranti e popolazione locale) non fanno che il gioco di chi ci governa tagliando le spese sociali per dilapidare enormi risorse pubbliche per militarizzare sempre più i nostri territori e per nuove micidiali guerre coloniali.
Sabato 30 luglio dalle 17,30 alle 19,30, di fronte al villaggio degli aranci a Mineo
Incontro Interetnico con i migranti 

assistenza sanitaria con un’equipe di medici della LILA

mercoledì 27 luglio 2011

scuola: tra tagli e discriminazioni, si profila una drammatica riapertura
















Appare sempre più chiaro come si stia preparando, per il prossimo settembre, una drammatica riapertura delle scuole nella provincia di Catania. Il cosiddetto piano assunzioni, annunciato con grande clamore propagandistico dal governo, non avrà in concreto nessun effetto sul nostro territorio, che continuerà a scontare l’onda lunga dei tagli.
L’operazione del governo tenta da un lato di evitare una nuova ondata di proteste, mettendo sul piatto un po’ di assunzioni, comunque largamente insufficienti rispetto alle necessità fisiologiche del sistema scolastico nazionale; dall’altro rafforza i meccanismi discriminatori della scuola meridionale, per cui i nuovi posti saranno destinati in gran parte alle regioni del nord.
Il vero obiettivo è l’attacco al contratto nazionale di lavoro, colpito stabilendo regole discriminatorie per i neoassunti, che si sommano alle penalizzazioni imposte con l’ultima manovra a tutto il personale della scuola. Sono previste, inoltre, nuove manovre contro le graduatorie: non solo non ci sarà nessuna stabilizzazione del precariato, ma assisteremo ad un forte aumento del personale di ruolo perdente posto e destinato ad un incerto futuro. A ciò si aggiungeranno gli effetti imprevedibili del nuovo dimensionamento degli istituti.
Il caos d’inizio anno scolastico è assicurato.
E’ necessaria una forte ripresa della mobilitazione per imporre una nuova linea sulla scuola, che curi seriamente le ferite provocate da tre anni di tagli, concentrati per il 90% nelle regioni meridionali, che affronti i nodi strutturali (come la dispersione scolastica), che offra serie garanzie di stabilizzazione del precariato, che ricostruisca un quadro di diritti per i lavoratori e le lavoratrici della scuola.

Luca Cangemi
Segretario circolo PRC/FdS “Olga Benario”

territorio bene comune: una riflessione su governo della città e questione morale



















di Alberto Rotondo

Mi capita spesso di andare a Sesto San Giovanni, da un po’ di tempo infatti mia sorella è emigrata in Lombardia alla ricerca di un lavoro per mantenere la sua famiglia. Chiunque arrivi a Sesto, e in special modo chi conosce la storia del distretto produttivo più importante di Italia, del ruolo che ha giocato durante la lotta di Liberazione e dei fasti che ha vissuto nel periodo della ricostruzione postbellica, rischia di vivere un’esperienza straniante.
Azzardo un paragone ardito: è come passeggiare fra le rovine di Roma antica qui e là riaffioranti nel caos della moderna metropoli. Tali appaiono gli edifici di Via delle Acciaierie, con la classica struttura dell’edilizia operaia del tempo, una corte centrale e tanti appartamenti che vi si affacciano dai ballatoi soprastanti: non è difficile immaginare i vincoli di solidarietà che legavano i loro abitanti, solidarietà favorita dal vivere i medesimi luoghi al lavoro e nel tempo liberato dal lavoro, a prezzo di tante lotte e tanti sacrifici.
Sollecitano la nostalgia i pesanti tendaggi di velluto rosso della biblioteca comunale, il museo del lavoro operaio, la pagoda rosso fiammeggiante del municipio e le targhe che ci ricordano le prime società di mutuo soccorso operaio. Ci parlano di una civiltà che non esiste più, proprio come le rovine di Roma antica, soltanto che il tramonto della civiltà operaia si è compiuto più in fretta.
Chi volesse avere conferma delle conseguenze della globalizzazione non ha che da fare una visita da quelle parti: oggi Sesto San Giovanni è inglobata in quella “città infinita” che dalla periferia Nord di Milano si estende fino in Brianza e oltre; una città attraversata da bretelle e scorrimenti veloci, i cui punti di riferimento sono i tanti centri commerciali in cui sono stati convertiti gli insediamenti industriali in disuso e le aree dismesse su cui già si sono indirizzate le mire degli speculatori.
Ho pensato a queste immagini, leggendo della vicenda di Penati, ex sindaco di Sesto San Giovanni e presidente della provincia di Milano, sotto inchiesta per tangenti legate alla riconversione delle aree dell’ex acciaieria Falck. Credo che questa storia vada presa ad esempio di come negli ultimi anni si sia affermata, nella gestione degli enti locali, un’ideologia perversa che ha portato all’abbandono di ogni partecipazione popolare al governo del territorio urbano e ad una passiva accettazione delle trasformazioni a cui è stato sottoposto dalle dinamiche del turbocapitalismo contemporaneo.
Mentre sono stati tagliati sempre più i trasferimenti dalle istanze centrali di governo agli enti locali, si è affermata quella “privatizzazione della pubblica amministrazione” che ha modernizzato in senso regressivo principi e istituzioni consolidati del diritto pubblico, costringendo gli enti locali a negoziare con i privati gli strumenti urbanistici di governo del territorio, anziché farne oggetto di una pianificazione democratica e partecipata. È tutto un fiorire di “accordi di programma”, di “edilizia convenzionata” in cui lo scambio immorale tra interesse pubblico e interesse privato riceve un riconoscimento giuridico, mentre nell’ombra restano gli aspetti più inquietanti e criminali del patto corruttivo sottostante.
A Catania c'è un’evidente asimmetria tra l’espansione abnorme delle aree commerciali che hanno fagocitato immense aree del territorio circostante la città e la stagnazione dell’economia, un chiaro sintomo della provenienza illecita dei capitali coinvolti.
Ancora, nei giorni scorsi il consiglio comunale ha approvato il bilancio consuntivo del 2010, da cui risulterebbe un avanzo di gestione di svariati milioni di euro. Non occorre avere studiato contabilità per rendersi conto che c’è qualcosa che non quadra; non bastano i trucchi ragionieristici di una classe politica infame a nascondere la realtà di un dissesto economico che ha portato la città al disastro sociale. Va fatta luce su come è stato amministrato il Comune e sulle reali entità del dissesto ereditato dalla giunta Scapagnini e sapientemente occultato da Stancanelli.
Il territorio che abitiamo è un bene comune, bisogna sottrarlo alle logiche criminali della borghesia affaristica e mafiosa locale e restituirlo ai cittadini, a partire dai beni sequestrati alla criminalità organizzata e pronti per un loro riutilizzo sociale.

martedì 26 luglio 2011

26 luglio 1953, nasce il movimento rivoluzionario a Cuba















Il 10 marzo 1952, a Cuba, Fulgencio Batista, con il beneplacito degli Stati uniti, attuò un colpo di stato per impedire lo svolgimento delle elezioni che, probabilmente, sarebbero state vinte da un partito delle forze di opposizione non gradito agli Stati uniti e al grande capitale cubano.
Nell’ala giovanile del Partito Ortodosso militava un giovane avvocato cubano, Fidel Castro, che intendeva condurre contro Batista una lotta più incisiva rispetto a quella impostata dai partiti tradizionali. Dapprima presentò al Tribunale una denuncia in cui chiedeva l’arresto di Batista perché con il colpo di stato aveva violato la Costituzione del 1940. In seguito, non avendo ricevuto risposta dai giudici asserviti al potere, essendo stata esaurita ogni via legale e constatata l’inerzia dei partiti cubani, decise di passare alla lotta. Nel 1953 ricorreva il centenario della nascita di José Martí, l’Apostolo dell’Indipendenza cubana. Ed è nel nome di Martí che Fidel Castro raggruppa 152 uomini per scacciare il tiranno e fare di Cuba una nazione veramente indipendente non schiava degli interessi nordamericani.
Questo gruppo autodenominatosi ‘Giovani del Centenario’ e formato in prevalenza da persone provenienti da La Habana, da Artemisa e da Guanajay, in gran segreto ricevette un addestramento militare nelle campagne attorno a La Habana. L’obiettivo era quello di assaltare due caserme nell’oriente di Cuba, quella di Bayamo e quella di Santiago de Cuba, e dare un segnale forte al popolo cubano: era giunto il momento di lottare, di sollevarsi e di voltare pagina.
All’alba del 26 luglio 1953, partendo dalla fattoria Siboney, a trenta chilometri da Santiago, e approfittando del termine dei festeggiamenti del carnevale e dell’effetto sorpresa, un centinaio di uomini al comando di Fidel Castro - vestiti con le stesse uniformi dei militari batistiani, con poche armi valide e molti fucili da caccia - prende d’assalto la caserma Moncada a Santiago de Cuba, la seconda per importanza nel paese con oltre mille soldati. Raúl Castro, con altri dieci uomini, occupa il Palazzo di Giustizia, la cui terrazza di fronte alla caserma può offrire una copertura di fuoco. Abel Santamaría con la sorella Haydée, Melba Hernández e altre 19 persone occupano l’ospedale per assistere i feriti dello scontro a fuoco. Nello stesso momento, a Bayamo, un gruppo di 28 assalta la caserma locale.
Una serie di contrattempi impedisce al gruppo di Fidel di portare a termine l’azione con successo: i militari, caduto l’effetto sorpresa per il passaggio imprevisto di una pattuglia, reagiscono al fuoco ed essendo in numero nettamente superiore costringono buona parte degli assaltanti alla fuga.
L’esercito perde una ventina di uomini, gli assaltanti ne perdono tre. Fidel e Raúl riescono a fuggire sui monti intorno a Santiago. Ma nelle mani dell’esercito batistiano restano 68 prigionieri, pesantemente torturati e poi uccisi. Tra di loro c’è anche Abel Santamaría.
L’avvenimento provoca una grande emozione in tutta Cuba e contribuisce alla presa di coscienza da parte del popolo cubano: per ottenere un cambiamento era necessario un modo completamente diverso di lotta, rispetto a quello dei partiti, proposto dalla mentalità ‘occidentale’.
La storia è poi nota. Fidel, Raúl e altri compagni fuggiti sui monti vengono arrestati e condannati a quindici anni di prigione. Nel processo-farsa Fidel evidenzia i crimini di Batista e l’ingiustizia del sistema vigente, pronunziando alla fine della sua difesa la famosa frase "Condannatemi, non importa, la storia mi assolverà". Dopo un paio di anni nel carcere speciale dell’Isola dei Pini (oggi Isola della Gioventù), grazie a grandi manifestazioni popolari che ne chiedono la libertà, Fidel e i suoi compagni sono mandati in esilio in Messico. Da lì riprenderanno immediatamente la lotta contro il tiranno.
Cinque anni, cinque mesi e cinque giorni dopo l’assalto alla Caserma Moncada, l’Ejército Rebelde di Fidel, di Raúl, del Che e di Camilo, libera l’Isola dalla tirannia di Batista e Cuba, per la prima volta nella sua storia, può intraprendere la costruzione di una nuova società completamente diversa dagli schemi ipotizzati dal pensiero ‘occidentale’.

(di Sergio Marinoni - Associazione nazionale di Amicizia Italia-Cuba)

sabato 23 luglio 2011

ricordo di un deportato, dedicato a Nunzio Di Francesco






















una poesia di Giuseppe Castorina: "scrissi questa poesia qualche tempo fa, in ricordo di un deportato ripostese in un campo di concentramento in Germania; oggi la pubblico in ricordo di Nunzio Di Francesco deportato in uno dei campi di Mauthausen".


Dove ho visto la neve
(Ricordo di un deportato)

Dove ho visto la neve ho lasciato il mio sorriso e qualche fiore

dove la cenere si fondeva all’aria ho lasciato il mio cuore

in quel cielo di nuvole nere di fumo, si perser le mie pupille

lavando le membra con carni de’ miei fratelli…

ma il nostro dio era anche il loro Dio?

Io non distinguevo l’aurora dal tramonto

dentro ai capannoni era sempre estate senza ritorno.

Milioni di spettri vagano fra il suono dei violini

accarezzando ancora il volto dei bambini

ma il nostro dio era il loro Dio?

Leggevo di nascosto con luce fioca

cercando risposte a quell’oblio di follia opaca

fra il confine incerto dell’incubo e la sicura realtà

mantelli di sangue coprivano speranze senza età

ma forse il mio dio non era il loro Dio.

L’inverno gelido avvolse la vita prima del tacer dei cannoni

tornò primavera sull’odore putrido della morte campione

tornò a crescere l’erba vicino i cancelli

tornò l’acqua sulla faccia ed i capelli

son invecchiato fra stanca rassegnazione e passo greve

non è tornato il sonno e non ho più visto la neve.

Ma ho capito che il mio Dio era anche il loro Dio…

venerdì 22 luglio 2011

continuiamo la battaglia di Nunzio Di Francesco















E’ morto ieri 21 luglio all’età di 87 anni Nunzio di Francesco, nato a Linguaglossa (CT), il partigiano “Athos” delle brigate Garibaldi, deportato dai nazisti nel campo di sterminio di Mauthausen. Combatté in Piemonte nelle formazioni partigiane guidate da un grande partigiano siciliano, Pompeo Colajanni.
Fino all'ultimo giorno è stato attivissimo nella difesa della memoria della Resistenza contro ogni revisionismo. La sua vita straordinaria e il suo impegno, rivolto soprattutto alle giovani generazioni, rimangono un punto di riferimento essenziale per continuare una moderna battaglia antifascista.

Luca Cangemi
segretario circolo Prc "Olga Benario"