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giovedì 31 ottobre 2013
a centrocontemporaneo "voci dal fondo del mediterraneo", di centro sperimentale keré teatri differenti
SABATO 2 novembre, in occasione della seconda giornata di Centrocontemporaneo a piazza Manganelli e dintorni, alle ore 19 e alle ore 22, presso palazzo Trigona, in via Montesano,
VOCI DAL FONDO DEL MEDITERRANEO, da un progetto-laboratorio contro il reato di clandestinità del Centro Sperimentale Kerè teatri differenti.
Con Mario Bonica, Benedetto Caldarella, Filippo Manno, Elena Rosa, Cinzia Insinga…
Installazione video di Aldo Kappadona.
Impianto scenico e costumi di Concetta Rovere.
Testi da: Randagio Clandestino e dall’omonimo volume di testi poetici degli allievi della scuola media Tomasi di Lampedusa di Gravina di Catania
Un cerchio dentro cui “galleggiano” frammenti di vita: foto, giocattoli, scarpette, lettere. Fuori dal cerchio sei figure in nero di spalle che guardano un immaginario orizzonte. Rumore d’acqua e di battelli, voci indistinte che parlano, che cantano, che tacciono (forse per sempre). Tutto lo spazio è “in fondo al mare”: si intravvedono volti o mani trasportati dalle correnti marine. Nient’altro… e i sei personaggi in nero raccontano qualcosa all’orizzonte immaginario, a una terra a cui non approderanno.
Sono in fondo al mare
Sola
Una voce mi culla.
Il mare
Non voleva farmi del male
E mi abbracciava
Era una voce di donna
Melodiosa
Dolce
Mi consolava
Ma i bambini non erano con me
…
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venerdì 25 ottobre 2013
La bimbetta bionda, i rom, e la sindrome della “razza ariana”
di Domenico Stimolo
Da diversi giorni è impazzata in prima pagina su tutti gli organi di informazione italiani la vicenda della bimbetta bionda trovata in Grecia assieme a “genitori” rom.
Poi, ieri, su Rai tre nella trasmissione “ Chi l’ha visto”, l’apoteosi della notizia.
Non sappiamo, a meno di appropriate ricerche, come sia stata trattata la questione nei tanti e vari paesi europei…..per lasciare il resto del mondo.
Perché tanto scalpore?
L’Europa, vecchia e nuova, ha oltre 600 milioni di abitanti. Chissà quanti casi di “clamore”, politici, sociali, di cittadinanza, si succedono quotidianamente.
Eppure nei nostrani organi di informazioni per la stragrande parte tutto tace. Nel bene e nel male.
Non si parla proprio di nulla. Silenzio!
Poi, all’improvviso, tutto “esplode”.
La fonte, dalla quale poi roboticamente tutti enfaticamente si accodano, afferma che i capelli biondi ( con le treccine) della bimbetta non si addicono al popolo rom.
Poiché è ben noto che questi sono tutti “ brutti, sporchi e per lo più, nella carnagione, più ricadenti verso il colore scuro “.
Sulla “scoperta” si è innescato un enorme scalpore, un grido di fattura “manzoniana” si innalza forte verso il cielo……..”rubano i bambini”.
Scandalo, orrore!
E dagli ai Rom.
Che sia il vecchio “sonno”, ben coltivato e propagandato in quest’ultimo ventennio sotto mentite spoglie, quello della “razza ariana”, offesa, che fa sgorgare tanto clamore, e che dalle melme più riposte, emerge, con tanta gratuita scientificità?
Può anche essere che la bimbetta non sia figlia dei genitori rom.
Ebbene, questo giustifica il cotanto rumore?
Dicono le fonti che nel mondo oltre sei milioni di bambini spariscono annualmente.
Un vero e proprio rapimento di massa, per scopi tutti delinquenziali ed “ inconfessabili”.
Eppure, nulla si sa, da parte dei nostri organi informativi, su questo, quello, e quell’altri ancora.
Ci vorrebbe proprio un lunghissimo tempo per illustrare l’infame questione che riguarda i quattro punti cardinali del nostro mondo.
Eppure, sul “biondo” si innesca una babele.
Già, chissà perché?
Basterebbe guardare all’interno di “casa nostra” per avere vari motivi di idonea informazione.
Dall’inizio dell’anno oltre 500 minori, profughi e rifugiati, sbarcati in Sicilia, sono scomparsi dai “Centri di accoglienza”.
Sì, spariti, ufficialmente nessuno è in grado di dare notizie.
Dopo gli ultimi drammatici naufragi nel Mediterraneo, diversi bimbetti/e, scampati alla morte, si trovano nei “Centri di accoglienza” siciliani.
Si trovano nella fascia d’età tra uno e quattro anni.
A parte nelle cronache locali, nessuno ne parla.
Non hanno nome. Non riescono ad esprimersi.
Però, nessuno ne parla. Forse perché non sono “biondi”, e ben si sa che non provengono da famiglie Rom?
mercoledì 9 ottobre 2013
Lampedusa, appello per l'apertura di un canale umanitario

Lampedusa, le parole non bastano più. Ma dobbiamo trovarle per almeno due motivi: per gridare vergogna a coloro che hanno approvato le politiche di contrasto dell'immigrazione, tra cui Napolitano, Bossi, Fini e Alfano, e per pretendere subito il diritto di asilo europeo e l'apertura di un corridoio umanitario.
FIRMA L'APPELLO!
Ma, come è stato possibile?
di Domenico Stimolo
Ma, come è stato possibile, che questo paese, reduce dalle leggi razziali, rinato dalla Resistenza, con la Costituzione detta la più bella del mondo, con sede secolare del Vaticano ( centro “ideologico” dell‘altruismo) si perseguano materialmente e penalmente, privati della libertà, esseri umani, timbrati ”clandestini”?
Ma, come è stato possibile, che cittadini originari del luogo vengano incriminati penalmente se scoperti ad aiutare gli umani detti “clandestini”,in terra e in mare, pur in situazioni di perigliosi salvataggi.
Ma, come è stato possibile, che uomini e donne siano stati riconsegnati, come ancora avviene, agli aguzzini tiranni che ne martoriavano le carni e la vita, in dileggio al comando istituzionale che impone il diritto di asilo allo “straniero”, al quale "sia impedito nel suo paese di origine l’effettivo esercizio delle libertà democratiche, garantite dalla Costituzione italiana”.
Ma, come è stato possibile che i rifugiati nel loro percorso di presenza in Italia per avere il riconoscimento dello status devono aspettare anche 18 mesi, chiusi in luoghi recitati con le sbarre, poi abbandonati, di fatto, in strada.
Ma, come è stato possibile che centinaia di migliaia di nati in Italia non possono avere i requisiti di cittadinanza, considerati “figli di nessuno”, valutati impuri alla stirpe, altrimenti detta razza.
Già, come è stato possibile!
Eppure, ancora sono tra noi una” rappresentanza” di coloro che portano nelle carni, nella mente e nel cuore le “stimmate” della Libertà.
lunedì 7 ottobre 2013
riflessioni gramsciane dopo la strage di Lampedusa sulla politica e il dolore, degli animali umani e non umani
"Caro Delio, perché non mi parli del tuo pappagalletto ? " : riflessioni gramsciane dopo la strage di Lampedusa sulla politica e il dolore, degli animali umani e non umani.
In quello straordinario documento storico e biografico che sono Le lettere dal carcere, la raccolta della corrispondenza inviata da Antonio Gramsci alle persone più care, nel suo lungo e penoso peregrinare tra i luoghi del confino di polizia e le carceri fasciste, ritroviamo – al netto dell`autocensura a cui sottopone la scrittura per sfuggire ai rigidi controlli imposti dal regolamento carcerario - una dimensione intimistica dell`uomo Gramsci, capace di chiarirne con la luce dell`autenticità esistenziale la dimensione intellettuale e politica.
In una famosa lettera alla cognata Tania, che non manca di circondarlo di cure e premure, cercando di procurargli quanto gli fosse necessario per una vita più dignitosa, Antonio Gramsci la rimprovera affettuosamente con queste parole : “ l`immaginazione in te ( come nelle donne in generale) lavora in un solo senso, nel senso che io chiamerei (ti vedo fare un salto)…protettore degli animali, vegetariano, infermieristico”. Più avanti per chiarire meglio il suo concetto, ricorre a un esempio , dicendosi sicuro che qualora gli fosse servito uno “speciale dentifricio” Tania sarebbe stata capace di “correre su e giù per Roma, di trascurare il pranzo e la cena e di farsi venire la febbre” pur di procurarglielo, ma che nel contempo non si preoccupava dell`ansia in cui lo faceva vivere, per avergli annunciato delle lettere della sorella Giulia, lettere che non erano ancora arrivate a destinazione.
In queste pagine, che pure non sono aliene da certi pregiudizi sessisti tipici della cultura dell`epoca , vi è in nuce il riconoscimento di una certa sapienza femminile nel pensare, nell`immaginare e nel predisporre reti amorevoli di cura e attenzione per le persone amate e le loro condizioni materiali di vita.
Il prigioniero politico, che si atteneva scrupolosamente alle rigide prescrizioni del regolamento carcerario, per non avanzare speciali richieste di deroga al regime fascista che lo aveva privato della libertà e che adottava una disciplina ascetica per evitare di cadere nel destino di abbrutimento, che accomunava la maggior parte dei detenuti, si apre lentamente ad una maggiore indulgenza verso se stesso e verso gli altri, e a immedesimarsi empaticamente con le concrete ed elementari esigenze di vita di chi lo circonda. Sembrerebbe quasi che le precarie e insalubri condizioni di vita che ne avrebbero minato in maniera irreparabile la salute, e l`esperienza diretta della barbara violenza fascista, lo abbiano avvicinato a quella forma d`"immaginazione", che aveva riconosciuto nelle donne, che aveva definito “vegetariana” e che oggi chiameremmo antispecista.
Ne costituisce un commovente esempio l`ultima lettera al figlioletto Delio, in cui gli chiede notizie del suo pappagalletto. Delio aveva con sé un piccolo volatile, che si era ammalato e aveva perso gran parte del suo piumaggio. Aveva addirittura accompagnato una delle sue lettere con un una piuma di pappagallo. Gramsci in un primo momento aveva paternalisticamente rimbrottato il figlio, perché non faceva che parlare del suo rapporto con l`animale, ma nell`ultima lettera torna a chiedergli notizie dell`uccelletto: vuole sapere se e` ancora vivo e riconosce di avere esagerato nella valutazione della sensibilità` di Delio verso il suo compagno animale.
Scrivo di questo aneddoto con il cuore ancora colmo di dolore per la tragedia di Lampedusa , per l`orribile destino di morte a cui sono andati incontro centinaia di donne e uomini, bambine e bambini in fuga da una vita segnata dalla dura realta` della violenza e della guerra, e per l`incertezza che avvolge il futuro delle\dei superstit*, incriminati perché clandestini e in balia di istituzioni pubbliche incapaci di garantire un`accoglienza dignitosa ai richiedenti asilo.
Ne scrivo perché sento aleggiare un po` ovunque i segni evidenti di quella “globalizzazione dell`indifferenza” di cui ha parlato Bergoglio durante la sua visita nell`isola, un`atroce indifferenza , malamente mascherata dall`ipocrisia del lutto nazionale ed esemplarmente rappresentata dalla concessione della cittadinanza italiana ai morti, inutile omaggio alla memoria dello stato carnefice alle sue vittime.
Per fortuna ci sono delle mirabili eccezioni, come quella rappresentata dalla sindaca di Lampedusa Giusy Nicolini, che ha lanciato il suo urlo di dolore gridando all`Europa e al mondo intero le uniche parole di verità che questa atroce vicenda può suscitare: dobbiamo andarceli a prendere lì dove stanno.
La coraggiosa sindaca ha lanciato quindi un appello affinché si lavori a un diverso modello di accoglienza, un appello che riguarda tutte e tutti, singoli, associazioni, istituzioni laiche e religiose.
Odio gli indifferenti, scriveva Gramsci in un suo scritto giovanile, un`indifferenza contro cui dobbiamo fare i conti ogni giorno, e da cui non possiamo certo dirci esenti se riduciamo la politica a oscuro gioco di interessi di parte e/o di schieramento politico. Su questa strada Gramsci ha potuto contare sulla sensibilità` dell`amata Tania, per noi c`e` l`esempio lucido e appassionato di Giusy Nicolini, una grande donna ,una vera compagna.
Alberto Rotondo
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domenica 6 ottobre 2013
quel giorno chi se lo scorda...
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| Ninetta Burgio |
di Mauretta Nanni,
in ricordo di Ninetta Burgio
Era il 23 ottobre. Era venerdì.
La mattina avevo lezione e il pomeriggio la messa in ricordo dell’ex Preside Cacco che era un grande uomo.
C’era lo sciopero dei mezzi e, come è uso nelle scuole, le classi erano semivuote. All’ultima ora non vedo nessuno : ”Alè, si va a casa un’ora prima!”, poi vedo Amin, alunno della classe: ”Alè, si fa lezione!” Amin è un ragazzo della Costa d’Avorio che era venuto in Italia l’anno prima e aveva avuto grandi difficoltà che lui affrontava con nobiltà sorridente. La mamma, altrettanto nobile e altrettanto sorridente (credo sia la più bella donna con cui abbia mai parlato), veniva a chiedere del figlio e insieme a lei e agli altri professori l’abbiamo accompagnato al 2° anno.
Quel venerdì Amin era al 2° anno. Ci siamo seduti vicini a un banco e, per farlo esercitare sulla domanda nel passato con l’ausiliare Do,gli chiedo:”What did you eat yesterday at lunch?(Cosa hai mangiato ieri a pranzo?)” e lui :”I ate vegetables(Ho mangiato verdura)” e io, per farlo esercitare sul Past tense senza ausiliare Do, proseguo: ” Who cooked? (Chi ha cucinato?)” e lui: “My sister did”.Gli chiedo le stesse cose sulla cena e mi ripete che aveva cucinato la sorella; chiaramente mi sono chiesta dove fosse la mamma. Lui mi ha letto nel pensiero e nel cuore e mi dice in inglese corretto: “My mother died, my mother was killed.(Mia madre è morta, mia madre è stata ammazzata)” e io: ”How? (Come?)” e lui:”She was attacked. (E’ stata attaccata)”. La mia reazione di persona che gli voleva bene era di abbracciarmelo forte forte, frenando le lacrime. La sua maniera altera e calda hanno fatto sì che gli mettessi una mano sulla spalla , in silenzio. Proseguiamo in italiano e mi dice che anche il padre era morto e lui e la sorella stavano con il secondo marito della mamma. Quando suona la campana facciamo un pezzo di corridoio insieme e, al momento di separarci, gli metto di nuovo una mano avvolgente sulla spalla e gli dico: “You are a good boy.”
In sala docenti cerco qualche collega che facesse la mia stessa strada verso casa, non lo trovo e mi avvio in un silenzio stupefatto. A casa era arrivato Alberto da Catania per andare agli Stati Generali Antimafia,insieme a lui c’era una donna abbastanza in età, Ninetta, che era venuta come Vittima di mafia e Alberto ne ha preso cura. Racconto la mia mattinata ancora incredula e Ninetta racconta la sua storia.
Aveva avuto due figli e il primo era morto a 8 anni bruciato con l’alcol con cui aveva giocato, il secondo era stato ammazzato dalla mafia 12 anni prima e il corpo non era stato trovato fino a quando, un mese prima di quel 23 ottobre ,l’assassino aveva confessato e aveva detto dove era il corpo. (L’assassino era un ex studente di Ninetta). A quel punto Alberto mi chiede di andare insieme a loro agli Stati Generali Antimafia, io mi rendo conto che il Preside Cacco avrebbe capito e andiamo.
All’Auditorium entriamo con le Vittime di mafia e ci sediamo in terza fila dietro il Presidente della Repubblica, il Sindaco, l’ex sindaco e le autorità. Parla Grasso, parla Don Ciotti; corrono parole e filmati di uomini e donne che si indignano e credono. Alla fine parla il Presidente della Repubblica e, quando lui ha finito, Ninetta mi guarda decisa e dice: “Io devo dirla la mia storia al Presidente.” Io dico: “Vai a dirglielo.” Dopo due minuti vedi giù questa donna piccola piccola che, guardando in alto, racconta la sua storia a Napolitano.
La primavera successiva Ninetta mi ha telefonato per raccontarmi nel dettaglio il funerale del figlio con tutte le autorità. Il 12 Dicembre 2011 Ninetta è morta.
Amin ha fatto il 2° anno con me, è molto migliorato e al 3° anno ha scelto una specializzazione in cui io non insegnavo. Quando ci vediamo ci salutiamo con affetto.
sabato 5 ottobre 2013
la strage di Lampedusa e la vergogna della "fortezza Europa", di Annamaria Rivera
Ancora una volta, di fronte all’ennesima strage del proibizionismo, questa volta di proporzioni agghiaccianti, si prova ad additare come unici responsabili gli “scafisti”. Arrestare qualche povero disgraziato, di solito egli stesso esule o migrante, vale a tacitare le nerissime coscienze dei tanti che concorrono a perpetuare e moltiplicare l’ecatombe mediterranea. Serve ad additare un capro espiatorio per occultare le responsabilità dei decisori europei e dei ceti politici nostrani, di ogni tendenza, che del proibizionismo e della politica dei “respingimenti” hanno fatto un dogma da rispettare ad ogni costo umano.
Solo una quindicina di giorni fa Angelino Alfano, feroce “colomba”, dichiarava che “va potenziata la frontiera europea nel Mediterraneo e il ruolo di Frontex, anche perché in questi flussi si annidano cellule terroristiche”. Ecco la chiave, utile ormai non solo a reprimere ogni dissenso (la vicenda NoTav lo dimostra) ma pure a coprire ogni nefandezza: anche la tranquilla messa in conto che la strategia che esternalizza le frontiere, finanzia i centri di detenzione, pattuglia e respinge, ha sempre più quale effetto “secondario” la morte di bambini e di donne, perfino gestanti.
Non dissimili le parole di Napolitano, che ancor oggi e di fronte a una tale ecatombe, ripete come un disco rotto che “è indispensabile stroncare il traffico criminale di esseri umani”, con “presidii adeguati lungo le coste”, e rafforzare “un’istituzione valida creata dalla Commissione Europea” qual è Frontex. Qualcuno dovrebbe spiegargli (noi a suo tempo provammo a farlo) che questa come le altre stragi è figlia legittima del regime repressivo di Schengen, del quale Frontex è il braccio armato; e che è un tale regime ad aver sancito l’impossibilità di raggiungere l’Europa in modo regolare.
Come le ossa di Fleba il Fenicio, anche le nostre parole sono “spolpate in sussurri”, consumate non da correnti sottomarine, per parafrasare ancora Thomas S. Eliot, ma dal senso di dolorosa impotenza che si rinnova a ogni strage. Almeno da vent’anni a questa parte, non v’è evoluzione e processualità nelle politiche che producono il tragico rosario quotidiano di corpi affondati nel Mediterraneo o deposti sulle nostre rive. Uguali restano, a dispetto di Cécile Kyenge, leggi infami come l’intangibile Bossi-Fini, il reato d’immigrazione clandestina, le avarissime norme sui rifugiati. Identici gli accordi bilaterali sottoscritti con i nuovi regimi della riva Sud del Mediterraneo. Immutabile, se non in peggio, la condizione dei dannati della terra, in particolare dei nostri ex colonizzati, somali ed eritrei, condannati a un esodo senza fine e senza speranza. Anch’essi -come i palestinesi che oggi fuggono dalla Siria- più volte profughi, sovente vittime dell’inferno libico: della persecuzione razzista e degli orrendi centri di detenzione per stranieri.
A evolvere è solo la ferocia e barbarie –“la severità ed efficienza”, dicono loro- delle politiche e dei dispositivi militari per la guerra contro i migranti e i rifugiati. “Sono sempre più convinta –aveva scritto Giusi Nicolini nel coraggioso appello di undici mesi fa- che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente”. E oggi, di fronte a una strage di proporzioni immani, è con una frase semplice -“Dovremmo andare noi a prenderli”- che la sindaca di Lampedusa osa di nuovo sfidare il marcio senso comune che ha fatto del proibizionismo e dei suoi costi umani una legge naturale. E punta il dito, Nicolini, contro il reato d’immigrazione clandestina, che ha fatto sì, questa volta come tante, che i marinai di alcuni pescherecci evitassero di soccorrere i profughi, per non incorrere nel reato di favoreggiamento.
Per ora, nel contesto della criminale coazione a ripetere, le dichiarazioni oneste sono poche. Oltre a quelle di Giusi Nicolini, le parole di François Crépeau, relatore speciale dell'Onu sulla protezione dei migranti, il quale, senza peli sulla lingua, ha affermato che l’ecatombe di Lampedusa «è figlia di politiche repressive». E parole altrettanto dirette ha usato papa Bergoglio, insistendo sulla “vergogna”.
Non provano vergogna tutti coloro, nazionali ed europei, di ogni tendenza, che, dopo aver reso profughi milioni di esseri umani, li espongono alla morte e alle stragi. Non provano vergogna neppure certi cattolici come il ministro dell’Interno che ha avuto l’ardire di recarsi a Lampedusa dopo aver rilasciato dichiarazioni tanto ciniche. Non provano vergogna i vergognosi leghisti che arrivano ad attribuire la strage “alla coppia Boldrini-Kyenge”.
A tutti loro vorremmo augurare che dagli abissi del Mare Nostrum riaffiorino migliaia di pallide ombre a spolparne in sussurri le coscienze. E tuttavia, ancora una volta, proviamo a chiedere a gran voce che si aprano canali umanitari, affinché a coloro che patiscono guerre e persecuzioni sia data la possibilità di chiedere asilo alle istituzioni europee: in Siria, in Libia, in Egitto, ovunque si sia in pericolo.
Annamaria Rivera
venerdì 4 ottobre 2013
basta stragi! no alla "fortezza Europa"! manifestazione antirazzista a Catania
Scendiamo in piazza per dire basta alle stragi di migranti, per esprimere solidarietà antirazzista e chiedere subito: diritto di asilo europeo, presentazione delle richieste d'asilo facilitata nei paesi di transito, visti di ingresso legale nei paesi europei, accoglienza in Italia dei migranti in transito e condivisione degli oneri a livello internazionale. Basta con le politiche di sbarramento!!
SABATO 5 OTTOBRE ore 17,30
CORTEO a Catania
in via Etnea dalla villa Bellini
sabato 24 agosto 2013
stranieri e carceri: le incredibili esternazioni di Alfano
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| fotografia di Alberta Dionisi |
di Domenico Stimolo
Angelino Alfano, come ben noto, oltre che deputato del Pdl è anche Vicepresidente del Consiglio e Ministro dell’Interno.
Liberi tutti di esprimere le proprie opinioni, condivise o meno.…..lo afferma in maniera “sacrale” la Costituzione. Corre obbligo, però, contemporaneamente, per Chi ricopre primari incarichi di comando istituzionali, indicare simultaneamente alle proposte le soluzioni operative da adottare. In caso diverso l’esternazione non vale.
Alfano, nell’ambito delle sue prerogative di governo, ha tutti gli strumenti per presentare una formale mozione o quant’altro di progetto legiferante affinché la sua esortazione, presentata davanti al folto pubblico del Meeting di Comunione e Liberazione in corso a Rimini, per fare pagare ai paesi di provenienza i costi di “mantenimento” dei cittadini non italiani detenuti, possa iniziare a “marciare”.
Certo, è una idea dirompentemente innovativa su scala planetaria. Tale principio non esiste in nessun paese della nostra “Gaia Terra”. Infatti, attualmente, come da sempre vigente, i costi della detenzione per i cittadini incolpati di reati – condannati o in attesa di giudizio –, al di là del merito dell’accusa ( guarda caso in Italia, pur senza avere arrecato offesa a persone o cose vige il reato di clandestinità), sono assunti dalla “patria ospitante”.
Come fare quindi, per ribaltare tale “tendenza”?
Certo, oltre che scartabellare tra le “segrete cose” della storia del mondo, giusto per capire da dove nasce questa “bizzarria”, ragionevolmente si può supporre che bisognerà interessare l’ONU, le Alte Corti di Giustizia Internazionali e chissà quali altre supreme strutture mondiali. Bisognerà spiegare come la presentazione della richiesta sia confacente con l’art. 10 e 3 ( Principi Fondamentali) della Costituzione che affermano: “ l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute, e che, “ la condizione giuridica dello straniero è regolata dalle norme e dai trattati internazionali”……..Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politiche, di condizioni personali e sociali”.
Impresa certamente molto ardua. Però, la “buona volontà”, può superare tutti i perigliosi ostacoli.
Nel frattempo, si possono convocare in seduta plenaria, gli ambasciatori di tutti gli Stati che hanno “galeotti” in Italia, per avanzare la giusta proposta ed avviare proficue trattative. Gli ultimi dati ufficiali, del 31 luglio 2013, dicono che i Paesi, comunitari ed extracomunitari, interessati sono 142.
Si aspettano notizie operative, su tutti i fronti del tema del contendere.
Certo, stupisce alquanto che, di fronte a tale forza rinnovativa, nessuno abbia risposto dagli scanni di CL di Rimini. Forse lo stupore avrà offuscato le civiche coscienze?
Un dato è certo, alfine. Ieri a Catania, dopo 15 giorni di straziante agonia, è morta una donna di 75 anni, sbattuta violentemente a terra da uno scippatore “nostrano”. Degli altolocati “innovativi” chi ha avanzato sdegno e condoglianze?
venerdì 16 agosto 2013
incubo di una notte di mezza estate (di randagio clandestino)
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| Alberta Dionisi |
Ora i falò sono spenti. Le bandiere possono tornare “ad asta intera”. I fuochi d’artificio hanno smesso da un pezzo di tracciare nel cielo i segni inconfondibili di una triste verità: il lutto cittadino era solo una colossale presa in giro, dietro cui si nascondeva la trappola finale per quei migranti che non avevano avuto il buon gusto di annegare insieme agli altri sei compagni di viaggio. Ora il problema è risolto comunque: dopo il carcere della scuola sigillata, ora per i sopravvissuti al naufragio c’è il carcere duro di Mineo, il 41 bis dei migranti, il lager umanitario della disumanizzazione del diritto alla vita. Nel pomeriggio la trappola è scattata: gli “sbirri” (smettetela di chiamare poliziotti certi squallidi soggetti in divisa!), hanno eseguito gli ordini del buon prefetto al servizio delle leggi criminali e dei loro arroganti legislatori. Con l’inganno, nello stile della più meschina e infame delle associazioni a delinquere di stato, hanno condotto in questura donne e bambini costringendoli a rilasciare le impronte con gli abituali pestaggi divenuti ormai l’unica espressione di tutela dei diritti costituzionali dei cittadini da parte delle cosiddette “forze dell’ordine”. Quindi hanno offerto alle vittime l’ultimo viaggio confortevole offerto dalla carità cristiana di uno stato cattolico apostolico romano a chi pretenderebbe di vivere senza averne i requisiti di “agibilità esistenziale” (tanto per usare un’allocuzione assai di moda per il rispetto dei diritti inviolabili del capo dei banditi italiani): tutti dentro! Dentro la grande gabbia del Cara di Mineo. Ora i falò sono spenti. E la massa dei fedeli seguaci del divertimento coatto dorme sazia di strafottenza e tutti ancor più liberi da qualsiasi residuo di solidarietà umana. Dormono soddisfatti di vivere in una terra che accoglie i prepotenti a stelle e strisce e svende se stessa ai signori della guerra mentre respinge e rinchiude in apposite galere chi fugge dalla fame e dalle guerre. Freedom freedom, gridavano ieri donne e bambini dalla scuola-prigione… Sì, libertà e giustizia! E l’unico modo di onorare il vostro coraggio e i vostri sacrifici è quello di cancellare immediatamente le leggi razziste che hanno trasformato il Mediterraneo in un mare-cimitero. Il resto è pura ipocrisia.
Randagio Clandestino
martedì 13 agosto 2013
impregilo e pizzarotti: nei giorni del lutto, gli stessi affari sulla pelle dei migranti
Oggi è stato un giorno di festa per i soci di Impregilo: sin dalle prime contrattazioni alla borsa di Milano si sono scatenati gli acquisti e il prezzo delle azioni è volato.
Si da il caso che il mercato abbia festeggiato la notizia dell’ultimo affare del general contractor di casa nostra: una favolosa commessa da oltre 900 milioni di euro per la realizzazione del primo tratto di un'autostrada a due corsie, destinata a correre lungo la costa libica dal confine tunisino a quello egiziano.
L’opera, finanziata dal governo italiano, sarà realizzata da un consorzio di imprese di cui fa parte la famigerata Pizzarotti, la multinazionale che gestisce i servizi di logistica per le basi americane in Italia, proprietaria del Villaggio degli Aranci, le ben note villette a schiera difettose, che sono state rapidissimamente convertite da alloggi per militari al ruolo concentrazionario del Cara di Mineo: migliaia di donne, uomini, bambine e bambini, deportat* al centro della Sicilia in attesa della conclusione delle lunghe ed estenuanti pratiche per il riconoscimento del diritto di asilo.
Stessi nomi e stessi affari milionari di sempre. In Italia la gestione delle politiche sull’immigrazione è stata soprattutto questo, un grosso affare per i soliti noti... In questo caso la costruzione dell’autostrada è la principale contropartita economica del vergognoso trattato italo-libico del 2008, siglato in pompa magna regnanti Berlusconi e Gheddafi. Sarà bene ricordare una delle pagine più infami del governo Berlusconi: se l’impegno italiano era di tipo economico, Gheddafi si impegnava a intensificare i controlli dei flussi migratori provenienti dall’Africa subsahariana. Le clausole di quel trattato grondano del sangue di migliaia di donne e uomini, fermati nel loro viaggio di liberazione e lasciati morire tra le dune infuocate del deserto.
Questi sono i giorni del lutto e della riflessione, ma in attesa di conoscere il destino dei fratelli e delle sorelle migranti, ospiti della scuola Andrea Doria di Catania, mi interrogo sul significato di alcune dichiarazioni governative.
Cosa ha mai voluto dire la ministra Bonino dicendo che “non si possono fare miracoli “ o la ministra Kyenge quando si è appellata all’Unione Europea e a nuovi accordi per la gestione dei flussi migratori?
L’umanità migrante che scappa dalla miseria non va gestita, va accolta e se questo governo, com'è evidente, non è capace di farlo, si dimetta.
Alberto Rotondo
sabato 10 agosto 2013
san lorenzo dei migranti (di randagio clandestino)
SAN LORENZO DEI MIGRANTI
Loro verranno dal mare
il 10 agosto sulle vostre spiagge
nella notte in cui anche le stelle
piangerebbero lacrime di sale -
verranno dai gorghi profondi
dei cimiteri marini
un popolo di esclusi e di reietti
mai rassegnati
a richiedere ancora un’altra vita
un’altra possibile vita
alle vostre vacanze insensate
d’assenza di coscienza e umanità.
Voi che reclamate benessere e consumi
e vacanze-crociera animate
da vacuo idiotizzante
divertimento coatto -
meschini uomini e donne
di un’Europa senz’anima – mercato
di vita e umanità mercificata –
voi li vedrete venire
dal mare sulle coste e sulle rive
nella notte di stelle piangenti
le mani protese incrostate di sale
e le lacrime bianche ormai cristallizzate
nei loro volti ribelli –
li vedrete riemergere dal mare
il popolo degli annegati
a pretendere ancora un altro approdo
un’altra possibile vita,
a pretendere ciò che gli fu tolto
con violenza ed inganno
da leggi disumane di rapina
e schiavismo – vergogna vacanziera
di un’Europa senz’anima
cristianamente assassina
d’uguaglianza e giustizia -
macchina da guerra
contro gli esclusi e i poveri del mondo.
Randagio Clandestino
venerdì 19 luglio 2013
Genova dei migranti, di Randagio Clandestino
GENOVA DEI MIGRANTI
…
Accadde a Genova il giorno
diciannove di luglio
estate numero uno
d’italico governo neofascista
…
Genova offesa, Genova umiliata
dalle troppo arroganti barriere
di metalliche reti carcerarie
innalzate a difesa blindata
di quegli otto meschini truffatori
…
Genova muta e assente
si risvegliò fiorita di volti e di colori
al suono dei djembè
con le strade e le piazze
festanti di musiche e canti
un fiume straripante
di popoli migranti
via dalle zone rosse
di tutte le nazioni
contro il Mercato ladro
(Continua sul blog di Randagio Clandestino)
sabato 29 giugno 2013
annamaria rivera, il fuoco della rivolta, presentazione a catania
Domenica 7 luglio, alle ore 20, al Nievski (scalinata Alessi - via Crociferi, Catania) presentazione del libro di Annamaria Rivera IL FUOCO DELLA RIVOLTA torce umane dal Maghreb all'Europa (edizioni Dedalo),
ne discutono Daniela Melfa (Università di Catania) e Pina La Villa (Redazione DDF e Girodivite). Sarà presente l'autrice, già ospite la sera di sabato 6 luglio al dibattito del Queer Veggie Pride
mercoledì 15 maggio 2013
no monsanto day: sabato 25 maggio intervento video di Vandana Shiva e cena sapori migranti
sabato 25 maggio, in occasione della giornata internazionale di mobilitazione contro la multinazionale monsanto e gli ogm, il circolo città futura ospiterà un intervento video di Vandana Shiva... e dopo il dibattito, la cena sapori migranti con pietanze della cucina mediterranea e araba, come sempre vegan e a prezzi popolari... vi aspettiamo dalle ore 20 in via gargano 37, catania.
mercoledì 13 marzo 2013
risOrti migranti: un progetto solidale
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| il terreno che ospita il progetto |
Una breve spiegazione del progetto RisOrti Migranti, che abbiamo avuto il piacere di presentare anche al circolo città futura in una recente serata dedicata al consumo consapevole:
Il progetto RisOrti Migranti prende avvio da alcune riflessioni.
Il crescente numero di terreni incolti o abbandonati che una volta erano fonte di reddito e di cibo per le popolazioni locali e che ora contribuiscono al degrado ambientale.
La domanda crescente da parte di persone migranti di lavoro regolare e dignitoso.
L’insostenibilità dell’attuale modello agricolo. Dal punto di vista delle tecniche colturali, che prevedono un massiccio apporto di chimica e di meccanizzazione con grandi costi economici e ambientali, comportando il continuo impoverimento dei terreni. Dal punto di vista economico, dove il prezzo finale del prodotto agricolo viene determinato lontano dai luoghi di produzione e secondo logiche globali e speculative che fanno sì che l’agricoltore non sia più in grado di vivere del proprio lavoro.
Da qui l’idea del progetto. C’è un terreno, attualmente incolto, sul quale è possibile attivare la coltivazione di ortaggi, un bananeto, fichi d’india e piante grasse ovvero che può diventare un’opportunità di lavoro per persone (in prevalenza) migranti. L’obiettivo è la costituzione di una cooperativa multietnica formata da uomini e donne provenienti da diversi paesi del mondo (compresa l’Italia) che si occuperà della produzione e commercializzazione dei prodotti dove ognuno si impegnerà in prima persona nella costruzione di una attività lavorativa che sia remunerativa e gratificante.
Le persone singole, famiglie, GAS/associazioni che acquisteranno questi prodotti agricoli saranno anch’essi coinvolti direttamente nella produzione. Gli sarà infatti chiesto di fare parte di una associazione (di cui farà parte anche la cooperativa) che supervisionerà l’attività di produzione e distribuzione di quanto prodotto e contribuirà al finanziamento delle attività della cooperativa pre-acquistando i prodotti.
Il confronto e lo scambio tra persone provenienti da contesti culturali diversi (sia che si tratti di città e campagna sia che riguardi diverse nazionalità) favorirà la comprensione delle esigenze di ognuno mettendo al centro dell’attenzione la persona. L’obiettivo è quello di arrivare a scelte condivise che riguardino dove, come e cosa produrre e come assegnare un giusto prezzo a quanto prodotto.
I lavori sono già iniziati. Una piccola porzione di terreno di qualche migliaio di metri quadri è stata preparata e sono state messe a dimora le prime piantine. Sono attualmente impiegate due persone migranti.
A breve verrà organizzato un pranzo per incontrarsi, conoscersi, vedere il terreno e condividere il cibo secondo le tradizioni dei diversi paesi.
Bendetta Boschetti
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venerdì 21 settembre 2012
senza mai perdere la tenerezza: biografia collettiva di Luca Cangemi
“Senza mai perdere la tenerezza”: le parole di Ernesto Che
Guevara ci sembrano le più adatte per definire il nostro compagno Luca Cangemi,
il suo modo di intrecciare passione politica e riflessione gramsciana, la
fermezza che sa esprimere in un’azione per occupare il provveditorato, l’attenzione
e la cura verso i ragazzi diversamente abili, nel suo lavoro di insegnante di
sostegno.
Chi ha trascorso anche soltanto qualche ora al circolo città
futura, conosce l’atmosfera di condivisione, il senso di appartenenza ad un
percorso collettivo di trasformazione sociale a partire dalle pratiche di vita
quotidiane, la voglia di confronto e di ibrida contaminazione che caratterizza
ogni nostro incontro, sempre aperto, informale, ricco di dibattito plurale.
Un modo differente di fare politica che contraddistingue
ogni nostra iniziativa, giorno per giorno, dal gruppo di acquisto popolare, che
è sia strumento di azione concreta contro la crisi che di costruzione di
consapevolezza sociale verso una scelta alimentare e di consumo consapevole,
alla costruzione di vertenze, che hanno coinvolto centinaia di cittadine e
cittadini, su temi concreti come l’acqua e i rifiuti, all’impegno sul territorio
contro i poteri forti e la speculazione edilizia, per costruire dal basso una
città differente, in cui le risorse ambientali siano valorizzate e non
distrutte.
A partire dal nostro percorso, dalle nostre differenze e
dalle relazioni con tante altre realtà con cui condividiamo pratiche politiche,
passione e istanze di trasformazione sociale, abbiamo scelto di essere presenti
nella lista unitaria della sinistra, con la
candidatura del nostro compagno Luca Cangemi, con la convinzione che le
elezioni regionali di domenica 28 ottobre siano un'occasione per dare un
segnale contro il governo, nazionale e globale, dei poteri forti, delle banche
e della finanza, e per liberare la
Sicilia dal sistema poltico-affaristico-mafioso che ha governato
ininterrottamente l'isola, nelle sue versioni cuffariane, berlusconiane e
lombardiane.
Tante e tanti tra noi condividono con Luca impegno e
passione da molto tempo, dal movimento della Pantera, con la lunga occupazione
di palazzo Sangiuliano e di altre facoltà catanesi, e dall’importante esperienza
della “lista contro la mafia”, con cui ci siamo opposti ai baroni dell’ateneo e
di cui Luca è stato espressione nel consiglio d’amministrazione
dell’università. Espressione, non rappresentante, perché crediamo, oggi come
allora, che le lotte non possano essere rappresentate da un singolo, ma che
necessitino di soggetti capaci di farsi strumento delle istanze plurali e
collettive.
A partire da quelle esperienze di movimento, a ventisei anni
Luca, il più giovane parlamentare di rifondazione comunista, continuava insieme
a noi il suo impegno sul territorio, sostenendo lotte e vertenze delle
lavoratrici e dei lavoratori, denunciando concretamente le infiltrazioni
mafiose e affaristiche negli apparati
regionali (sua è la prima interrogazione sullo scandalo dello Iacp). Oltre a
farsi interprete delle istanze di movimento per il diritto ad un sapere critico
in una scuola e un’università pubbliche (ad esempio nella lunga battaglia sul
numero chiuso, che ha permesso a centinaia di ragazze e ragazzi ingiustamente
esclusi di rientrare nel corso di studi scelto e di laurearsi), raccoglieva il
testimone delle lotte operaie e antifasciste delle generazioni precedenti,
riuscendo con un lungo lavoro a far approvare la legge per restituire le
pensioni ai tanti lavoratori licenziati per motivi politici.
Sempre aperto al confronto sulle pratiche concrete di
trasformazione della società, ha saputo riproporre, insieme a tante e tanti
giovani siciliani, gli “scioperi alla rovescia”, mutuati dall’esperienza delle
occupazioni delle terre nel dopoguerra, con cui recuperare luoghi abbandonati
da restituire all’utilizzo sociale, e al tempo stesso strumento di
mobilitazione per il diritto ad un lavoro libero dallo sfruttamento e dalla precarietà.
Senza mai perdere la tenerezza né la passione dell’impegno,
Luca è stato sempre attivo nelle mobilitazioni contro la guerra, per la
smilitarizzazione di Sigonella e contro il Muos, tenendo sempre presenti gli
insegnamenti di Pio La Torre
e l’elaborazione preziosa di pratiche di resistenza attiva del movimento delle
donne. Con la stessa sensibilità e capacità di mettersi in discussione, ha
elaborato il proprio percorso di uomo della differenza, così come ha sempre sostenuto
l’impegno di tante e tanti di noi nel movimento lgbtq, dal primo pride catanese
alla recente e straordinaria esperienza del queer veggie pride, per costruire
insieme una società che valorizzi ogni differenza e respinga sessismo,
razzismo, omo/transfobia, specismo e garantisca una vera giustizia sociale.
Potremmo dire ancora molto, è difficile sintetizzare le
tante esperienze di lotta ed impegno condivise con Luca, e raccontare appieno
il percorso di un compagno tanto appassionato quanto umile, sempre solidale e
disponibile. Altre e altri, più di noi, ne conoscono da vicino l’impegno nel
mondo della scuola e nelle mobilitazioni dei lavoratori precari, e la capacità
di sostenere i difficili percorsi di vita di bambini e adolescenti, dalla sua
esperienza di obiettore di coscienza con i giovani di Nesima fino ad oggi con il
suo lavoro.
Senza mai perdere la tenerezza, giorno dopo giorno, le lotte
costruiscono il futuro.
le compagne e i compagni del circolo città futura
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le lotte costruiscono il futuro: luca cangemi, il nostro candidato alle elezioni regionali del 28 ottobre
LE LOTTE COSTRUISCONO IL FUTURO!
a partire dai nostri quotidiani percorsi di impegno e mobilitazione
per liberare i territori dal dominio della mafia e dei poteri forti,
per una Sicilia terra di pace che respinga la militarizzazione,
per il diritto ad un lavoro libero dallo sfruttamento e dalla precarietà che valorizzi le risorse ambientali invece di distruggerle,
per il diritto ad un sapere critico in una scuola pubblica e riqualificata e in un'università libera dai baroni,
per costruire insieme una società che valorizzi ogni differenza e respinga sessismo, razzismo, omo/transfobia, specismo e che garantisca una vera giustizia sociale,
per l'alternativa di governo e di società
SOSTENIAMO GIOVANNA MARANO, espressione dei percorsi di lotta della FIOM, candidata alla presidenza della regione,
SOSTENIAMO il nostro candidato alle elezioni regionali LUCA CANGEMI
sabato 11 agosto 2012
amministrazione Stancanelli: razzismo e speculazione edilizia
Le dichiarazioni dell'assessore alle politiche (anti)sociali del Comune di Catania, Carlo Pennisi, apparse su "il fatto quotidiano" di ieri, sono la gravissima conferma del razzismo che pervade ogni decisione dell'amministrazione comunale.
"Queste persone non devono stare comode. Anzi, devono stare scomode così è più facile che decidano di andarsene. L’assistenzialismo di molte associazioni caritatevoli non serve ed è pernicioso", ha dichiarato l'assessore Pennisi, in merito alla drammatica situazione dei migranti che vivono nelle aree di corso Martiri della Libertà.
Un giudizio pesante ed offensivo su persone vittime della povertà e dell'emerginazione ed un attacco alle tante associazioni antirazziste e solidali attive in città.
"Non sono catanesi quindi il Comune non può sostenerli con il buono casa. Ad ottobre, quando avremo la certezza dell’inizio dei lavori, chiederemo l’aiuto finanziario dei privati proprietari delle aree per trovare una sistemazione in social housing o rispedirli nei loro Paesi", ha continuato Pennisi, riassumendo il vergognoso binomio tra razzismo e speculazione edilizia che caratterizza ogni iniziativa della giunta Stancanelli.
Il progetto speculativo su Corso Martiri - che prevede gigantesche cubature di cemento per nuovi insediamenti commerciali, in una città che assiste continuamente alla chiusura di moltissimi piccoli esercizi, e che eliminerà l'unica area di sicurezza in una zona ad elevato rischio sismico - ne è un chiaro esempio.
Per l'amministrazione comunale i migranti che vivono in quell'area non hanno alcun diritto di cittadinanza, non sono nemmeno persone ma oggetti da eliminare, magari con la deportazione nei paesi d'origine sponsorizzata dai partner edilizi del Comune, da un'area destinata alla speculazione.
Riteniamo che le gravi parole dell'assessore Pennisi rendano necessaria una risposta determinata da parte di tutte le associazioni e le realtà antirazziste catanesi, che operano per una città di solidarietà ed accoglienza, contro il razzismo e la speculazione.
circolo città futura PRC/FdS
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giovedì 14 giugno 2012
l'elefante e la metropoli, giovedì 21 presentazione a Catania: recensione di Pina la Villa
Inizia con questa suggestiva immagine il saggio di Luca Cangemi L’elefante e la metropoli. L’India tra storia e globalizzazione, appena pubblicato dalla casa editrice Dedalo.
L’elefante nero di pietra vulcanica è quello che sta al centro di Piazza Duomo, a Catania; l’altro è il volto di Ganesha, il dio dalla testa d’elefante, protagonista di uno dei miti raccontati nel libro e attinti dalle profondità della cultura vedica raccolta nelle Upanisad.
“Un giorno, Parvati voleva fare il bagno e creò, dalla farina di grano con cui si cospargeva il corpo, il giovane Ganesha; poi lo pose di guardia all’entrata del bagno, chiedendogli di non far avvicinare nessuno. Quando si avvicinò uno sconosciuto, il giovane lo respinse, ma a voler entrare era Shiva, compagno di Parvati, che non sapeva della nascita del ragazzo e che, infuriato, lottò con lui fino a tagliargli la testa con il tridente. La madre era addolorata e Shiva, disperato per aver ucciso il figlio, vagava in cerca di una soluzione, quando vide un’altra madre addolorata che piangeva il proprio figlio: erano elefanti. Dalla testa dell’elefantino e dal corpo del giovane morto, rinasce Ganesha”.
Cosa lega la piazza e l’elefante simbolo di Catania al mito di Ganesha?
Li lega il nome, evocato dalla “vecchia grande foto”, di Antonio Gramsci, che ha un posto centrale nella formazione dell’autore del saggio, ma anche, come vedremo, nella recente storia della cultura indiana.
La ricerca che questo libro propone ha per oggetto l’India, un mondo, una cultura e una storia diversi, altri rispetto al mondo, alla cultura e alla storia in cui noi siamo immersi.
E’ una prospettiva che nel libro non viene mai dimenticata, è la prospettiva di chi è consapevole della distanza e della ricchezza che questa distanza rappresenta nel confronto con l’altro da noi.
L’alterità è la condizione per conoscere. Perché è dalla curiosità, dalla passione per le vicende degli uomini che nasce la voglia di viaggiare nello spazio e nel tempo, di raccogliere e raccontare storie (Ganesha è una “straordinaria rappresentazione dell’ibridità e dell’alterità”).
E’ l’India di oggi, l’India dei call center e di Bollywood, ma anche quella di Vandana Shiva, un mondo lontano, certo, ma sempre più implicato con la storia che stiamo vivendo.
Parlare dell’India fra storia e globalizzazione in Italia e in questo momento significa cercare di mettere a punto gli strumenti teorici e pratici per individuare oggi, nel cuore della contemporaneità, “resistenze e alternative” al pensiero omologante del capitalismo nella sua versione globalizzata.
Il nome di Antonio Gramsci mette insieme la passione politica del cambiamento e la ricerca degli strumenti teorici più efficaci per attuarlo.
Si tratta infatti di un Gramsci passato attraverso lo strutturalismo, il post-strutturalismo e il decostruzionismo di Roland Barthes, Michel Foucault e Jacques Derrida, ma anche attraverso il femminismo e gli studi di genere, per approdare ai Subaltern studies, un progetto storiografico, intrinsecamente politico, nato in India alla fine degli anni settanta, da un gruppo di storici riuniti nel collettivo di Delhi (Ranajit Guha, Partha Chatterjee, Dipesh Chakrabarty, Guyatri C. Spivak), che trovano appunto in Gramsci e negli studi sull’orientalismo di Edward Said i loro punti di riferimento principali.
Al centro di questi studi è il concetto di “subalterno”, che comprende, quali soggetti della trasformazione, tutti coloro che vivono ai “margini” della storia.
Gli studi della subalternità sono diventati in questi anni anche in Italia un progetto interdisciplinare e interculturale (che comprende altre discipline come il post-colonialismo, i cultural studies, la critica all’orientalismo, gli studi sulle evoluzioni del marxismo nell’ultimo trentennio, la critica politica all’elitismo e la sociologia della rappresentazione) di cui “L’elefante e la metropoli” costituisce una testimonianza e sarà sicuramente un passaggio obbligato.
La sfida del libro di Luca Cangemi è infatti quella di dar conto di una realtà complessa come quella dell’India, sperimentando nel frattempo sul campo gli strumenti messi a punto in questi settori.
Il risultato è un affresco particolarmente vivace di una società ricca di storia e in piena trasformazione, in cui passato e presente non smettono di dialogare (come dimostra la documentata analisi dei film prodotti in India). E in questo dialogo sta la speranza di trovare strade diverse da quelle segnate dalle attuali forme della globalizzazione.
Un risultato reso possibile da una ricerca ampia e documentata, che non perde mai di vista, malgrado la mole delle fonti e della bibliografia utilizzata, l’obiettivo: dar conto di ciò che accade nelle situazioni concrete, reali della vita delle persone, fatte anche di simboli, di immagini e di riti.
Si tratti della realtà dei call center (Cartoline da Bollywood), delle lotte anticoloniali dei contadini (Narrazioni oltre il tempo della storia: i subalterni tra poesia e lotta, degli storici che hanno accolto Gramsci in India (Namaste Gramsci!), di Shiva/Shakti e della differenza di genere (Immagini differenti), l’analisi riesce a fondere i diversi approcci e i diversi strumenti metodologici utilizzati: l’uso di fonti spesso trascurate (i testi della religione vedica ma anche i film indiani prodotti e distribuiti ormai in tutto il mondo); i dati e le letture dell’attuale situazione politica ed economica; la storia, in particolare dell’India coloniale, ricostruita da storici come Ranajit Guha e Edward Said; i nodi teorici e le difficoltà della ricerca e del racconto storico.
Centrale resta, in ogni aspetto della trattazione, il ricorso alle fonti delle antiche narrazioni: la realtà contemporanea dell’India non può essere compresa se non si conosce quel patrimonio di storie - nel libro ampiamente ri-raccontate e utilizzate - di cui è fatta la sua cultura millenaria che è contenuta in particolare nelle Upanisad e nel Mahabharata.
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca di Luca Cangemi è proprio il modo in cui utilizza, intrecciandole con altre fonti e altri studi, i miti e delle antiche narrazioni, nella consapevolezza che essi costituiscono l’immaginario collettivo, il senso comune, la cultura popolare, la risorsa di creatività a cui gli indiani attingono.
Divise in Sruti (rivelazione, significato letterale: ciò che è stato udito), conoscenza sacra trasmessa oralmente nei secoli,di cui fanno parte le Upanisad), e Smrti (tradizione, significato letterale: ciò che si ricorda, di cui fa parte il poema epico Mahabharata), a questi racconti il libro fa ricorso per comprendere e far conoscere meglio le realtà che descrive. Ma anche per trovare e suggerire un possibile percorso di contaminazione.
"Il tempo che viviamo, lo spazio che attraversiamo, sono profondamente segnati da linee di frattura da cui emerge un bisogno di nuove visioni e nuove ispirazioni, in grado di ricostruire legami e solidarietà, di riattivare lo spazio sociale e culturale della creazione del senso”.
Pina La Villa - Girodivite
mercoledì 30 maggio 2012
2 giugno: spalare e non sfilare!
Terremoti e profitto non discriminano tra italiani e migranti
di Annamaria Rivera
Il terremoto non discrimina tra italiani ed “extracomunitari”, come li chiamano i razzisti inconsapevoli o comunque travestiti. Non distingue tra cittadini e meteci, tra chi ha la nazionalità italiana e chi è reputato così inferiore che la sua nazionalità è detta “etnia” (anche da giornalisti di grandi quotidiani). Il terremoto è indifferente al fenotipo, al colore della pelle, alla provenienza, alla religione, alla lingua materna. Non controlla i permessi di soggiorno. Se ne infischia dei sacri confini padani inventati dalle menti malate di malfattori in camicia verde. Le catastrofi sono cieche sicché al massimo distinguono tra borghesi e proletari. Colpiscono più spesso i secondi, soprattutto se sono operai costretti dal padrone a lavorare mentre la terra trema e con essa i capannoni mal costruiti.
La catastrofi sono come Tiresia: non vedono ma rivelano, additano verità. Smascherano le retoriche razziste dell’invasione degli alieni praticate da tribuni di ogni risma, compresi quelli a cinque stelle. Smentiscono la leggenda dell’estraneità irriducibile degli “islamici” propalata da un certo preteso campione del pensiero liberale, tal Giovanni Sartori. Mostrano che, quantunque esclusi dalla nazionalità italiana, loro e la loro progenie, i migranti appartengono al nostro stesso paese. Si spaccano la schiena nei capannoni industriali, fanno i turni di notte, lavorano in condizioni estreme nei cantieri edili e nelle campagne del Sud e del Nord, garantiscono la sopravvivenza di molte attività produttive. In definitiva contribuiscono all’economia italiana con un apporto ben superiore alla loro incidenza demografica. E non solo: i meteci cercano di riunire le loro famiglie, mandano i figli a scuola, dunque affidano all’Italia il futuro loro e della loro prole.
Fra le vittime delle due ondate sismiche in Emilia, quelle accertate finora, in maggioranza operai (e non per caso), tre erano immigrati. Tarik Naouch, cittadino marocchino, morto la notte del 20 maggio nel crollo del capannone di una fabbrica di polistirolo, la Ursa di Ponte Rodoni di Bondeno, aveva 29 anni e da ben sei lavorava in quella fabbrica. Lavorava duro, anche di notte, per poter accogliere degnamente la giovane moglie ancora in Marocco. Era bambino quando approdò in Italia con i genitori da Beni Mellal, una delle regioni più povere del paese, fucina di emigrazione a ciclo continuo fin dagli anni settanta. Nel Belpaese aveva trascorso quasi tutta la sua vita, Tarik, ma non era cittadino italiano. Eppure si sentiva così responsabile che, fuggito dal capannone alle prime scosse, aveva subito avuto un ripensamento: era rientrato in fabbrica per azionare i sistemi di sicurezza, raccontano i suoi compagni, ed è stato allora che un pilone ha ceduto e gli è crollato addosso.
Anche Mohamed Azzar, vittima della seconda ondata sismica, era un cittadino marocchino, anch’egli operaio, anch’egli morto durante il turno di notte per il crollo del capannone della fabbrica: la Meta, una ditta di meccanica di precisione, una trentina di dipendenti, nel polo industriale di San Felice sul Panaro, nel Modenese. Mohamed aveva 46 anni ed era molto conosciuto a San Felice perché era il responsabile del centro islamico. Qualcuno lo riferisca a Sartori. Coloro che incarnano “l’estraneità radicale non integrabile” sono gli stessi che lavorano duramente nei capannoni malandati dell’ex miracolo italiano. Gli dica che perfino uno così credente da dirigere un centro islamico può essere un buon lavoratore, un onestuomo rispettato e “integrato”. Gli riveli che gli “islamici” sono fatti della nostra stessa sostanza umana.
La seconda vittima del crollo della Meta è Pavan Kumar, indiano del Punjab, di minoranza sikh. Aveva solo 27 anni e due figli piccoli: una bambina di due anni e un neonato di otto mesi. Era un “ragazzo” – volendo usare il termine ridicolo con cui i media definiscono gli italiani fino ai quarant’anni – eppure in quella fabbrica lavorava da cinque anni. Da quel che raccontano compagni di lavoro e familiari, Pavan, come Mohamed, temeva di tornare in quel vecchio capannone insicuro. Ma il padrone aveva preteso che riprendessero a lavorare, malgrado il rischio enorme che si era palesato con il primo terremoto. Probabilmente Mohamed e Pavan si erano infine piegati a quell’ingiunzione assurda per timore di perdere il lavoro. Se si è immigrati, il licenziamento significa perdere non solo occupazione e reddito, ma anche il permesso di soggiorno e quell’avanzamento minimo di status che esso comporta.
Oggi i mezzi d’informazione per lo più esprimono compassione per la sorte di tutte le vittime del sisma. Alcuni arrivano perfino a chiamare con nome e cognome le vittime “straniere”, a corredare le notizie con qualche cenno alle loro biografie, sottraendole così al magma dell’alterità indistinta in cui di solito è annegata l’individualità dei migranti. Ma quanto durerà? Eppure speriamo che non siano pochi ad accogliere la lezione che la catastrofe ci consegna: della classe operaia, così negletta eppure così indispensabile e valorosa, sono parte integrante i lavoratori meteci, cioè inclusi economicamente, ma esclusi da diritti civili e politici, perfino da alcuni diritti sociali. Per ricompattare la classe, come si diceva un tempo, per renderla capace di resistere agli assalti della crisi, delle politiche di “austerità”, dei loro dissennati gestori, occorre battersi non solo contro il progetto di seppellire l’articolo 18 e altri diritti fondamentali, ma anche perché i meteci possano diventare cittadini a pieno titolo: almeno sulla carta, per cominciare.
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