domenica 24 aprile 2011

un augurio di pace tra i popoli e verso tutte le specie viventi






















"Siamo membri di un’unica famiglia terrena, uniti gli uni agli altri  dalla fragile ragnatela della vita del pianeta. Pertanto è nostro dovere assumere dei comportamenti che non compromettano l’equilibrio  ecologico della Terra, nonche’ i diritti fondamentali e la  sopravvivenza delle altre specie e di tutta l’umanita’. Nessun essere umano ha il diritto di invadere lo spazio ecologico di altre specie o di altri individui, ne’ di trattarli con crudelta’ e violenza". Vandana Shiva

"Gli animali che vivono una vita semplice e libera non muoiono di fame, fra loro non si trovano ricchi e poveri, chi mangia molte volte al giorno e chi non ha da sfamarsi; queste differenze esistono solo in mezzo agli uomini. E tuttavia continuiamo a crederci superiori agli animali". Gandhi

"Credo che uccidere qualsiasi creatura vivente, sia un po' come uccidere noi stessi e non vedo differenze tra il dolore di un animale e quello di un essere umano." Margherita Hack

"Sono convinto che gli uomini arriveranno veramente a non uccidersi tra di loro,quando arriveranno a non uccidere più gli animali." Aldo Capitini

sabato 23 aprile 2011

vandana shiva: le guerre dell'acqua e l'ecologia della pace






















Nel 1995 Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca mondiale, fece una previsione sulle guerre del futuro che ha avuto grande risonanza: "Se le guerre del Ventesimo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del Ventunesimo avranno come oggetto del contendere l’acqua". Molti segnali fanno pensare che Serageldin abbia ragione. Le prime pagine di quotidiani, riviste e pubblicazioni accademiche parlano di insufficienza idrica in Israele, India, Cina, Bolivia, Canada, Messico, Ghana e Stati Uniti. Il 16 aprile 2001 il "New York Times" apriva con un articolo sulla scarsità idrica in Texas. Come Serageldin, il quotidiano annunciava: "Per il Texas, oggi, l’oro liquido è l’acqua, non il petrolio". Se è vero che il "New York Times" e Serageldin hanno ragione sull’importanza dell’acqua nei conflitti di domani, è anche vero che le guerre dell’acqua non sono un’eventualità futura. Ne siamo già circondati, anche se non sempre sono immediatamente riconoscibili come tali. Sono al tempo stesso guerre paradigmatiche – conflitti su come percepiamo e viviamo l’esperienza dell’acqua – e guerre tradizionali, combattute con armi da fuoco e granate. Lo scontro tra diverse culture dell’acqua è un fenomeno comune a tutte le società. [...] Guerre paradigmatiche sull’acqua sono in corso in ogni società, in Oriente come in Occidente, a Nord come a Sud. In questo senso quelle dell’acqua sono guerre globali, in cui culture ed ecosistemi diversi, accomunati dall’etica universale dell’acqua come necessità ecologica, sono contrapposti a una cultura imprenditoriale fatta di privatizzazione, avidità e appropriazione di quel bene comune. Su un fronte di queste contese ecologiche, di queste guerre paradigmatiche, si trovano milioni di specie e miliardi di persone che chiedono quel minimo di acqua necessaria al sostentamento. Sul fronte opposto c’è una manciata di imprese globali, dominate da Suez Lyonnaise des Eaux, Vivendi Environment e Bechtel, e sostenute da istituzioni globali quali la Banca mondiale, la World Trade Organization (Wto), il Fondo monetario internazionale (Fmi) e i governi del G7.
Accanto a queste guerre di paradigma ci sono le guerre vere e proprie, conflitti per l’acqua che si combattono a livello regionale, o all’interno dello stesso paese o della stessa comunità. Che si tratti del Punjab o della Palestina, spesso la violenza politica nasce dalla contesa sulle scarse ma vitali risorse idriche. In alcuni conflitti il ruolo dell’acqua è esplicito, come nel caso della Siria e della Turchia, dell’Egitto e dell’Etiopia.
Ma molti conflitti politici sulle risorse sono celati o repressi. Chi controlla il potere preferisce far passare le guerre dell’acqua per conflitti etnici e religiosi. Si tratta di coperture facili perché le regioni lungo i fiumi sono abitate da società pluralistiche che presentano una grande diversificazione di etnie, lingue e usanze. È sempre possibile trasformare i conflitti sull’acqua che scoppiano in queste zone in contrasti tra regioni, religioni ed etnie. Nel Punjab, una componente importante del conflitto che negli anni ottanta ha provocato oltre quindicimila morti è stata il continuo disaccordo sulla spartizione delle acque del fiume. Ma lo scontro, basato su un diverso modo di vedere lo sviluppo anche a proposito dell’uso e della distribuzione dei fiumi del Punjab, è stato presentato come un caso di separatismo sikh. Una guerra per l’acqua è diventata una guerra di religione. Queste rappresentazioni fuorvianti delle guerre svuotano di energia politica – un’energia di cui si sente un enorme bisogno – la ricerca di soluzioni eque e sostenibili al problema della spartizione dell’acqua. Qualcosa di simile è accaduto alla contesa per la terra e l’acqua tra palestinesi e israeliani. Uno scontro sulle risorse naturali viene presentato come un conflitto di carattere principalmente religioso tra musulmani ed ebrei.
Nel corso degli ultimi due decenni ho visto conflitti sullo sviluppo o sulle risorse naturali trasformarsi in conflitti della comunità e culminare in estremismo e terrorismo. Il mio libro Violence of the Green Revolution era un tentativo di comprendere l’ecologia del terrorismo. Le lezioni che ho tratto dalle crescenti e diversificate espressioni del fondamentalismo e del terrorismo sono le seguenti:
1. I sistemi economici non democratici che centralizzano il controllo sulle decisioni e sulle risorse e sottraggono alla popolazione occupazioni produttive e mezzi di sostentamento creano una cultura dell’insicurezza. Qualsiasi scelta strategica viene tradotta in una politica di "noi" e "loro". "Noi" siamo stati trattati ingiustamente, mentre "loro" hanno acquisito privilegi.
2. La distruzione del diritto alle risorse e l’erosione del controllo democratico sui beni naturali, sull’economia e sui mezzi di produzione minano l’identità culturale. Se l’identità non si forma più grazie all’esperienza positiva dell’essere un agricoltore, un artigiano, un insegnante o un infermiere, la cultura si riduce a un guscio negativo in cui la propria identità entra in competizione con "l’altro" per accaparrarsi le scarse risorse che definiscono il potere politico ed economico.
3. I sistemi economici centralizzati erodono anche la base democratica della politica. In una democrazia, l’agenda economica coincide con l’agenda politica. Quando della prima si appropriano la Banca mondiale, il Fmi e il Wto, la democrazia risulta decimata. Le sole carte che restano nelle mani dei politici desiderosi di raccogliere voti sono quelle della razza, della religione e dell’etnia, che hanno il fondamentalismo come conseguenza naturale. E il fondamentalismo riempie efficacemente il vuoto lasciato da una democrazia in disfacimento. La globalizzazione economica sta alimentando l’insicurezza economica, erodendo la diversità e l’identità culturale e aggredendo le libertà politiche dei cittadini. E fornisce terreno fertile al seme del fondamentalismo e del terrorismo. Anziché integrare le popolazioni, la globalizzazione d’impresa sta lacerando le comunità.
La sopravvivenza della popolazione e della democrazia dipenderà dalla risposta al duplice fascismo della globalizzazione – il fascismo economico che nega alle persone il diritto alle risorse, e il fascismo fondamentalista che si nutre di espulsioni, espropriazioni, insicurezza economica e paura.
Vandana Shiva (da Le guerre dell'acqua)

gaza, ultimo saluto a vittorio arrigoni: non ti dimentichiamo





venerdì 22 aprile 2011

oggi, la Madre Terra è ferita e il futuro dell’umanità è in pericolo






















"Il sistema capitalista ci ha imposto una logica di competizione, progresso e cresctia illimitata. Questo regime di produzione e consumo insegue profitti senza limiti, separando l’umanità dalla natura all’insegna di una logica di dominazione della natura, e mercificando ogni cosa: l’acqua, la terra, il genoma umano, le cultura ancestrali, la biodiversità, la giustizia, l’etica, i diritti dei popoli, la morte e perfino la vita stessa. Il capitalismo considera la Madre Terra solo in una fonte di materie prime, e gli esseri umani un mezzo di produzione un esercito di consumatori, persone che valgono in relazione a quello che possiedono, e non a quello che sono. Il capitalismo ha bisogno di una grande industria militare per supportare i suoi processi di accumulazione e di controllo di territorio e risorse naturali, con conseguente repressione della resistenza dei popoli. Si tratta di un sistema imperialista di colonizzazione del pianeta"

"L’umanità si trova di fronte ad un dilemma: continuare sulla strada di capitalismo, distruzione e morte, oppure intraprendera una strada diversa, la strada dell’armonia con la natura, del rispetto e della vita"

L'accordo tra i popoli propone di:
“riconoscere la Madre Terra come fonte di vita e creare un nuovo sistema basato sui principi di : armonia ed equilibro di tutti con il tutto; complementarietà, solidarietà ed equità; benessere collettivo e soddisfazione dei bisogni fondamentali di tutti, in armonia con la Madre Terra; rispetto dei Diritti della Madre Terra e dei Diritti Umani; riconoscimento dell’essere umano per ciò che è e non per ciò che ha; abolizione di ogni forma di colonialismo, imperialismo ed interventismo; pace tra i popoli e con la Madre Terra”.

(estratti dall'Accordo tra i popoli - Conferenza di Cochabamba sul clima e la Terra promossa da Evo Morales)

la battaglia per l'acqua bene comune


Anche in Italia siamo giunti a un punto cruciale per salvaguardare l’acqua  dai processi di appropriazione privata ed espropriazione delle risorse e affermarne la natura di bene comune, che ogni collettività deve gestire nell’interesse generale. L’acqua è un elemento essenziale per la vita e per la specie umana è necessaria non solo per sopravvivere ma anche per svolgere molte delle principali attività, da quelle igienico-sanitarie a quelle industriali e scientifiche. Per questo, essa è in realtà sempre stata oggetto di interesse e di governo da parte del potere politico così come di conflitti tra comunità o tra gruppi sociali. È facile richiamare alla mente il grande ruolo che le acque del fiume Nilo ebbero nella costruzione del grande impero egiziano, ben prima dell’ascesa di Roma, e nella ricchezza della civiltà egizia fino ad ora; così come si ricordano le grandi opere di idraulica del passato sapientemente realizzate, dagli antichi greci alle dinastie arabe e agli imperi mesopotamici.
Queste esperienze e le logiche di dominio o di semplice organizzazione sociale che esse testimoniano non sono estrinseche alla politica, che è proprio lo spazio della decisione e del controllo sulle risorse sociali. La politica è sempre stata prima di tutto geo-politica, perché l’egemonia e il controllo sociale si esercitano prevalentemente attraverso l’amministrazione della ricchezza collettiva, per cui la cosa pubblica (la res publica) è essenzialmente l’insieme delle risorse che costituiscono oggetto dell’interesse comune (interesse generale/interesse pubblico) dei cittadini di una collettività. Rispetto a questo scenario costante, è possibile individuare un processo che ha contrassegnato le decisioni pubbliche negli ultimi decenni e che ha marcato un mutamento di strategia da parte delle élite sociali dominanti. I ceti dominanti hanno cambiato visione del mondo mettendo in campo una rappresentazione della realtà di tipo individualistico e radicalmente economicistica e sulla base di questa hanno ridefinito le politiche concrete e, quindi, il rapporto tra singolo (individuo/cittadino) e Stato. Questo processo culturale, che in verità esalta l’antropologia individualistica del pensiero liberale classico su cui si è costruita l’intera esperienza della Modernità è il frutto di una vera e propria strategia di superamento degli approdi raggiunti dalle società europee e nordamericane nei cosiddetti “trent’anni gloriosi”, che hanno nell’esperienza del Welfare State il modello politico-sociale di riferimento.
Si tratta di una contromossa rispetto alla situazione che negli anni ’70 del Novecento si era determinata e in cui le masse popolari e salariate, attraverso le rappresentanze sindacali e partitiche, premevano per una ulteriore fase di redistribuzione della ricchezza e di democratizzazione delle istituzioni politiche. La contromossa, come affermano alcuni analisti, è consistita in un’offensiva prima di tutto culturale che puntava a ribaltare il senso comune secondo cui la collettività, le istituzioni pubbliche, lo Stato, avrebbero il compito di decidere delle risorse sociali per assicurare a tutti le condizioni di una vita decente. Inizia a diffondersi la dottrina (una vera e propria visione del mondo) incardinata sull’idea di bisogni individuali e sull’idea della capacità di ciascuno di procacciarsi i beni per soddisfare le proprie esigenze e/o i proprii desiderii. Questa impostazione culturale, filosofica, antropologica sta dietro l’affermazione dirompente, divenuta senso comune dei ceti dirigenti di tutto il globo, della piattaforma politica imperniata sui principi della privatizzazione, deregolamentazione, liberalizzazione e, in generale, sul principio che il modello di organizzazione della ricchezza costituito dall’economia di mercato sia il più efficace, anche per la  equa distribuzione tra i cittadini. Per tal via, i meccanismi dell’economia mercantile sono assurti a modello privilegiato dell’organizzazione sociale. Un cambiamento di paradigma che è clamorosamente visibile nella considerazione dell’acqua come bene primario.
Per la concezione tradizionale e per una visione comunitaria dello stare insieme l’acqua è sempre stato un bene naturale, parte dell’ecosistema e dono vitale, necessario per tutti i principali bisogni umani e, seppure tendenzialmente inesauribile perché parte del ciclo biologico e, perciò, elemento rinnovabile, patrimonio della collettività da preservare nell’interesse di tutti. Per la concezione mercantilistico/individualistica, che si afferma definitivamente nella prima metà degli ultimi anni ’90 come ideologia delle società uscite vincitrici dallo scontro della guerra fredda, l’acqua è una risorsa di grande valore, ovviamente, ma prima di tutto lo è perché bene scarso. Per cui, la sua essenzialità diventa valore e ne fa bene prezioso sotto il profilo della logica economica. Sulla base della esauribilità della risorsa idrica e della incertezza della sua reperibilità se ne afferma la scarsità e, quindi, la sua rilevanza economica. È questo un passaggio di grande rilevanza e lo è perché accade per l’acqua ciò che è accaduto per la totalità delle ricchezze sociali o dei beni di interesse generale che definiamo solitamente beni o servizi pubblici. La svolta culturale di cui stiamo parlando si incardina su alcune affermazioni della teoria economica dominante, capitalistica e individualistica. La prima di queste tesi è che le dinamiche dell’economia di mercato, basate primariamente sul meccanismo della domanda e dell’offerta, garantiscano la migliore allocazione delle risorse tra gli attori sociali e la migliore definizione del prezzo monetario di un determinato bene. Un bene diventa oggetto di mercato, cioè una merce, quando vi è una domanda (una richiesta, un bisogno) di esso che non può essere soddisfatta illimitatamente e senza alcuno sforzo. In tale prospettiva,  un bene è merce non se è oggetto di scambi mercantili ma se è un bene (una risorsa) scarso rispetto alla domanda di esso, in quanto tale è oggetto di dinamiche mercantili.
 L’applicazione del paradigma economico-mercantile a un bene come l’acqua realizza una vera e propria rivoluzione epistemologica, perché trasforma l’accesso di ogni singolo essere umano all’acqua nel risultato di un’operazione di acquisizione, nel mercato, della quantità che può permettersi di acquistare con i mezzi monetari di cui dispone, invece che considerare compito primario della collettività, attraverso le sue istituzioni, garantire l’accesso a ciascun singolo alla quantità d’acqua necessaria per vivere e svolgere tutte le essenziali attività igieniche. L’accesso all’acqua diventa un bisogno da soddisfare nella competizione mercantile per accaparrarsi le risorse, senza riguardo per un’equa distribuzione del bene, in considerazione della sua necessità vitale, perché ciascuno viene concepito come soggetto portatore di esigenze che può soddisfare sulla base del denaro che possiede. È rilevante notare come questa impostazione implichi una tendenziale indifferenza nei confronti delle esigenze altrui, perché ciascuno è legittimato ad appropriarsi della quantità del bene che vuole (per irrigare campi da golf, per curare il proprio prato) senza esser chiamato a tener conto di bisogni essenziali di altri; ad azionare questa logica è il criterio e presupposto della scarsità. Un concetto che in realtà presiede tutto il paradigma ‘mercatista’ che sostiene la maggiore efficacia delle imprese private e, tendenzialmente, in concorrenza nel gestire qualsiasi risorsa, anche quelle di interesse primario per le collettività.
È perché un bene è scarso, quindi conteso, che deve essere affidato alla razionalità del mercato. Questo assunto però dà per vere due implicazioni del tutto arbitrarie. Prima di tutto la stessa nozione di scarsità, che è una nozione molto sfuggente e in realtà culturalmente determinata. Nel caso dell’acqua, la scarsità di cui oggi si parla per giustificarne l’affidamento alle dinamiche imprenditoriali è strettamente legata all’accettazione dogmatica di un sistema di organizzazione sociale, quello industrialista, che è proprio dell’economia capitalistica dominante, per cui la gran parte del consumo mondiale d’acqua è oggi causata da impieghi industriali e agricoli, questi ultimi secondo un modello intensivo e commerciale che è poco rivolto al fabbisogno delle collettività e molto al commercio per il profitto, non dell’agricoltore, ma del commerciante. L’altro assunto è poi alla base della svolta culturale ed epistemologica (ma in realtà antropologica) che si è ricostruita. Si tratta dell’affermazione che gli esseri umani non siano in grado di amministrare comunemente collegialmente e nell’interesse comune le risorse essenziali alla loro esistenza, perché rispetto a esse non può non scatenarsi la razionalità egoistica e strumentale insita nella natura umana (intesa seguendo Hobbes e Locke), per cui il modo più razionale per gestire risorse come l’acqua è affidarne il governo al mercato. Questa tesi in realtà sta alla base  delle attuali analisi e proposte politiche egemoniche e ha conquistato l’intero pianeta, dopo lo sfaldamento del blocco dell’Europa comunista, soprattutto grazie alle pressioni istituzionali e alle elaborazioni politiche delle due uniche agenzie delle Nazioni Unite veramente efficaci: la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, che insieme all’Organizzazione Mondiale del Commercio appaiono i veri artefici della globalizzazione.
Negli ultimi anni queste concezioni privatizzatrici e mercificanti dell’acqua hanno subito un’accelerazione anche in Italia, con l’attuale governo che ha imposto che tutti i comuni affidino entro qualche anno il servizio idrico a imprese private. Contro questo processo e contro il generale paradigma di espropriazione della vita, anche in Italia si è raggiunta una consapevolezza nuova ed è in corso una battaglia che mira a respingere la definizione della risorsa idrica come merce e fonte di profitto. Vincere i due referendum sull’acqua non avrebbe solo l’effetto di eliminare due norme centrali in questo processo di mercificazione ma potrebbe essere un passo inatteso per affermare che le collettività umane, come luogo pubblico in cui si dibatte del proprio presente e del proprio futuro, sono in grado di governare, nell’interesse comune, le risorse che sono essenziali a una vita umana decente. Perché lo spazio (che, è bene sottolinearlo, è uno spazio tutto politico) in cui si decide dell’acqua è la dimensione nella quale può determinarsi o l’appropriazione da parte di pochi del bene comune o la riaffermazione di una decisionalità collettiva e democratica e, in definitiva, della sovranità popolare.

Giovanni Messina  (da rebus magazine)

giornata della terra: difendiamo l'acqua bene comune, fermiamo il nucleare