sabato 31 dicembre 2011

buon anno...


















La vera rivoluzione deve cominciare dentro di noi (Che Guevara)

La furbizia della mente umana ci ha portato a questa crisi complicata, orribile e universale. Quando l’oscurità sommerge lo spirito dell’umanità, le persone impegnate devono urgentemente risvegliarsi ed elevarsi verso la rivoluzione (Vimala Thakar)

Pace per noi non è sinonimo di quiete, di non lotta; non significa morte o il niente o non odio: ma impegno limpido, sviluppo armonico (Danilo Dolci)

Il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d'amore (Che Guevara)

BUON ANNO DI RIVOLUZIONE, DI PACE E D'AMORE!

mercoledì 28 dicembre 2011

i sette fratelli partigiani, per non dimenticare mai la Resistenza
















Ricordiamo i fratelli partigiani Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore Cervi, insieme a Quarto Camurri, fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943.

Cos'è il dolore quando tutto intorno è dolore? Quando la guerra spazza via ogni tentativo di ridare alla vita la sua dignità, di riconsegnare agli uomini il loro vero essere tali e non perenni gladiatori votati alla ricerca della morte? Il dolore è una reazione forte, a volte anche una rassegnata difesa che ci portiamo appresso per sopportare, per sopravvivere, per continuare a vivere. E a raccontare. Ad un congresso dell'ANPI una madre abbracciò Alcide Cervi e gli disse che il suo dolore era certamente più grande del proprio: lui aveva perso sette figli, lei "solo" uno. Ma papà Cervi la strinse a se e le disse che non era vero, che era la stessa identica cosa: "Tu ne avevi uno, quello ti hanno preso. Io ne avevo sette e sette me ne hanno presi. Non c'è diversità". Il racconto del vecchio sopravvissuto della famiglia Cervi alla rappresaglia fascista del Novembre del 1943 a Gattatico (Reggio Emilia), è volto alla conservazione della memoria. "Difendo la memoria dei miei figli e dei partigiani. Perciò mi sono deciso a raccontare..." dice.
Sono sette ragazzi cresciuti nei campi della pianura padana: Aldo è quello che legge molto, che si interessa di Gorkij e Victor Hugo e si abbona anche a riviste di agricoltura. Studia un poco di agronomia e pensa, così, che forse occorre livellare i campi per evitare la stagnazione dell'acqua e migliorare il raccolto di erba medica. Cosa che puntualmente avviene. C'è tanta povertà in questo mondo contadino, ma c'è tanta fierezza e la consapevolezza di quello che succede nell'Italia di allora.
La dittatura fascista imperversa in ogni dove e i fratelli Cervi sono profondamente legati all'idea di libertà che Alcide insegna loro: il padre li educa cristianamente, ma insegna a loro che "... protestava Cristo e protestava Lenin, per questo non bisogna mai avere paura". Così disprezzano la violenza delle squadracce di Mussolini e si danno all'attività clandestina antifascista mentre le Case del Popolo bruciano sotto i loro occhi, i libri che divulgano le idee materialiste vengono gettati alle fiamme e così i ritratti di Marx ed Engels. L'aria della pianura si fa triste, ma la vita scorre e la speranza che la guerra finisca presto è in tutti gli uomini e le donne. Mentre si compiono le efferatezze del regime littorio, Ettore, Ovidio, Agostino, Ferdinando, Aldo, Antenore e Gelindo lavorano attivamente per la Resistenza, nelle fila comuniste. Si scambiano tra loro le informazioni e mantengono contatti con le nascenti formazioni partigiane.
Racconta Alcide Cervi che il 25 Luglio 1943 si trovavano nei campi quando giunse la notizia che il Gran Consiglio del fascismo aveva sfiduciato Mussolini e il re lo ha fatto arrestare a Villa Savoia. I colori della terra, le spighe del grano e le fronde degli alberi cambiano colore agli occhi della libertà ritrovata. Sembra la notte della presa della Bastiglia: si canta, si balla e ci si illude per un attimo che la guerra sia veramente finita, che la dittatura a breve sarà messa in soffitta e che il popolo italiano troverà un nuovo percorso di vita, magari democratica.
 I Cervi e la gente del posto si dirigono il giorno dopo al carcere San Tommaso e chiedono la liberazione degli antifascisti reclusi: escono visi sofferenti, sono ossa che camminano e cadono nelle braccia di quelli che si sentono uomini liberi. Aldo riporta un poco tutti alla realtà e ricorda la frase del Maresciallo Badoglio, nuovo capo del Governo Italiano: "...la guerra continua a fianco dei tedeschi...". Ma lo stesso pragmatico Aldo non riesce ad affidarsi al pessimismo e propone al padre di offrire una pastasciutta a tutto il paese. La farina l'hanno in casa, il formaggio lo prendono alla latteria e lo scambiano con il burro e fanno quintali di pasta insieme ad altre famiglie. Anche i carabinieri regi si mettono a mangiare: i fascisti sono spariti come gli assassini nella torbida notte avvolta da una nebbia storica fatta di massacri e genocidi. Ma è una sparizione momentanea, in attesa che sul tricolore campeggi l'aquila imperiale di Roma...
I fratelli Cervi danno ospitalità a numerosi combattenti per la libertà, e la lotta partigiana si intensifica. Ma la liberazione tarda a venire: gli Alleati angloamericani sono fermi sulla linea Gustav e sembra non si muovano di un millimetro. La Repubblica di Salò, fantoccio statale di Hitler, ripristina repentinamente il fascismo decaduto e chiama alle armi tutti i giovani.
Chi diserta, chi va sui monti e la Resistenza prende corpo: si formano i GAP (Gruppi di Azione Partigiana) che agiscono nelle città e i Comandi piazza del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale). Nella casa dei Cervi i prigionieri di guerra ospitati sono circa una trentina. Lo stesso Alcide ammette che sono troppi e dice ai figli che l'ordine del CLN è di far sfollare i prigionieri, poiché i rischi di rappresaglie fasciste sono concreti. Ma è sempre Aldo a prendere in mano la situazione: al padre dice che ormai il rischio c'è e che i prigionieri tanto vale che restino nel reggiano a combattere con i partigiani.
È in quel frangente di Novembre del '43 che Aldo rivede una sua cara amica, Lucia e le chiede di insegnargli una canzone: "Ché se mi fucilano voglio cantarla prima di morire". La ragazza gli risponde inquieta: "La canzone te la insegno, ma per vivere", ricorda Alcide Cervi.
E qui si posano le parole quasi profetiche di Aldo: "Vorrei tanto vivere e tanto amare, ma viene il tempo che a ciascuno verrà chiesto il massimo". Lucia scherza un poco su queste parole. Tenta di sdrammatizzare e insegna ad Aldo la canzone che chiama il proletariato all'unità e non più alla divisione d'un tempo quando nella Comune di Parigi la borghesia schiacciò nel sangue il primo esperimento di governo operaio e socialista.
 Dalla casa dei Cervi partono gli ultimi prigionieri: restano due russi, un inglese, un sudafricano e un australiano. I fascisti lanciano ai Cervi molti avvertimenti: li minacciano e fanno capire loro che la resa dei conti si avvicina. Quel Novembre è fatto di pioggia a dirotto: è la sera del 25. In casa dormono tutti mentre fuori vengono sparati dei colpi di fucile e il bestiame si sveglia. Una voce fa comprendere a tutti cosa succede: "Cervi, arrendetevi!". Ma i fratelli non solo non si arrendono, ma prendono in mano le armi. La madre dei ragazzi, Genoveffa si è rimpicciolita in un angolo di una stanza, muta e pallida e tenta di calmare a poco a poco i bambini. Aldo ha un mitra e fa fuoco sui fascisti. Un fuoco che dura pochi minuti. Le munizioni finiscono, la rabbia cresce: le camicie nere danno fuoco alle stalle. Papà Cervi vorrebbe scendere e affrontare gli squadristi, ma Aldo lo frena pensando alle donne e ai bambini...
"Meglio arrendersi", dice al padre. Racconta Alcide: "Così scendiamo le scale, piano per l'ultima volta. Le donne si aggrappano alle spalle degli uomini, qualcuno piange. Agostino prende in braccio il suo bambino e lo bacia". Con sangue freddo Aldo riunisce tutti nell'aia e ordina ai fratelli di non prendersi nessuna responsabilità. Toccherà a lui e a Gelindo questo compito. I fascisti asseragliati attorno alla cascina sono una cinquantina. Fanno salire sui camion i sette fratelli e il padre. Antenore si raccomanda ai suoi tre figlioli: "Non lasciate mai la mamma sola, e non fate arrabbiare la nonna. Papà torna presto".
Una bellissima canzone dei "Gang" ("La pianura dei sette fratelli") ritrae questo momento: "Nuvola, lampo e tuono, non c'è perdono per quella notte / che gli squadristi vennero e via li portarono coi calci e le botte. Avevano uno sguardo / e degli abbracci quello più forte / avevano lo sguardo quello di chi va incontro alla morte...". Il più vecchio dei fratelli ha 42 anni, il più giovane soltanto 22.
Quando aprono la porta della loro cella, i fascisti urlano che escano fuori. Alcide esce in testa ma le camicie nere lo ricacciano indietro. "Tu che vuoi, sei vecchio!". "Sono il capofamiglia, e voglio stare insieme ai miei figli". L'esecuzione viene rimandata di un giorno. All'alba fanno uscire i sette giovani con la scusa di condurli a Parma per il processo. Alcide fa appena in tempo a salutarli e rimane solo nella cella. Lo rinchiudono così insieme ad un avvocato antifascista, Manlio Mariani e ad altri "contrari al regime". A queste persone Alcide Cervi racconta come sono andate le cose: racconta anche del rifiuto dei suoi figli di entrare a far parte della Guardia Repubblicana fascista. Si dice certo che se li condurranno in Germania a lavorare supereranno le privazioni e le fatiche. "I mie figli sono contadini forti", dice all'avvocato. "Torneranno". Non sarà purtroppo così: li conducono invece al tiro a segno che c'è nelle vicinanze. Prima dell'esecuzione uno di loro si toglie il maglione. Lo sentono dire che potrà servire a qualcun'altro se non sarà forato dalle pallottole...
Poi un velo di ghiaccio cala sulla pianura, sulla casa e su papà Cervi che viene lasciato libero di tornare a casa. I suoi figlioli sono stati freddati dal plotone. Alcide abbraccia quello che resta della grande famiglia e la moglie comprende ciò che è accaduto: "I nostri figli non torneranno più. Sono stati fucilati tutti e sette." dice al marito. Lui, attonito, smarrito, comprende allora che Aldo e i suoi sei fratelli sono stati assassinati dai fascisti. Piange papà Cervi e le sue lacrime segnano uno spartiacque netto: la fine della speranza, la fine di tutto. Tutto, infatti, sembra crollato, distrutto, annichilito e sepolto sotto un cumulo di macerie morali e materiali.
"Le nuore mi si avvicinarono, e io piansi i figli miei. Poi, dopo il pianto, dissi: Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti".
Un anno dopo la tragedia dei sette fratelli Cervi, la madre Genoveffa, distrutta dal dolore, muore. Alcide rimane ancora più solo e resta lui, memoria ferma e sicura, a raccontare ai nipoti perché i loro padri e i loro zii sono morti. Perché non hanno accettato di piegarsi alla dittatura fascista, perché erano antifascisti e comunisti. Sandro Pertini scriverà che la storia dei fratelli Cervi è "una testimonianza della perennità dei valori della Resistenza, fondamento del nostro consorzio civile".
Marco Sferini

Leggi sul sito del Museo Cervi la storia dei fratelli partigiani

martedì 27 dicembre 2011

ciao Stefania






















Ancora una volta una donna viene uccisa dalla violenza maschile. Ancora una volta l’assassino non è un perfetto sconosciuto, ma un uomo che a quella donna ha probabilmente detto tante volte di amarla.
Stefania è stata brutalmente assassinata dal suo ex ragazzo, incapace di accettare la fine della loro relazione, incapace di accettare che lei avesse scelto di non essere più “sua”.
Ancora oggi lo si definisce “delitto passionale”, ma quello di cui è stata vittima Stefania ha un nome ben preciso: si chiama femminicidio, violenza di genere. Un fenomeno assolutamente trasversale ad ogni area geografica, cultura, ceto, religione o censo, frutto di una costruzione culturale patriarcale e misogina, attraverso il quale gli uomini mantengono o rafforzano il loro potere nei confronti delle donne, o cercano di riconquistare un potere perduto. Un fenomeno che spesso deriva dall’incapacità di alcuni uomini di accettare le scelte di autonomia delle donne che dicono di amare, o la scelta di mettere fine ad una storia.
Per chi l’ha conosciuta ed ha condiviso con lei alcune delle battaglie politiche, sociali e civili in cui era impegnata, Stefania rappresenta certamente molto di più che la 93sima vittima in Italia nell’ultimo anno della violenza assassina di mariti, fidanzati o ex. Ma allo stesso tempo, proseguire nella battaglia per la libertà femminile e per trasformare quel senso comune violento e patriarcale che ha armato la mano del suo assassino, avviare una riflessione seria su come questo senso comune sia pervasivo, è forse il modo migliore per ricordarla.
Ciao Stefania!


lunedì 26 dicembre 2011

no alla norma salva-parenti all'assemblea regionale siciliana


Dichiarazione di Luca Cangemi, coordinamento nazionale Federazione della Sinistra

All’Assemblea regionale siciliana nel quadro, del tutto incongruo, della discussione del disegno di legge per l’autorizzazione all’esercizio provvisorio, si fa strada un emendamento che si è conquistato il poco onorevole appellativo di salva-parenti. Si cerca infatti di impedire che il primo gennaio 2012 entri in vigore in Sicilia una norma regionale che sancisce l’incompatibilità tra parenti di primo e secondo grado dentro le Giunte e i Consigli comunali e provinciali. Il pacco dono natalizio, confezionato dal capogruppo berlusconiano Leontini, con variegati appoggi trasversali, nella peggiore tradizione dell’Ars, eviterebbe la prospettiva delle dimissioni nei casi di incompatibilità.
Siamo di fronte, nel merito ed ancor più nel metodo, ad un comportamento irresponsabile. Di fronte ad una situazione sociale ed economica gravissima, esponenti con ruoli parlamentari di primo piano impiegano il loro tempo e la loro fantasia legislativa per garantire le posizioni di famiglie di fedeli galoppini. E’ necessario che in queste ore si levi una ferma protesta per impedire che l’Assemblea regionale siciliana ratifichi questa inaccettabile scelta.

venerdì 23 dicembre 2011

la sidra restituisca il canone fognario indebitamente riscosso




Questa mattina, sotto la sede della Sidra, il circolo Città Futura ha tenuto una conferenza stampa sul problema della mancata restituzione ai cittadini catanesi di una tassa illegittimamente riscossa negli scorsi anni:
Dal  2006 al 2008 la società di servizio idrico - partecipata dal Comune di Catania - ha inserito in bolletta la voce “canone fognature e depurazione”, costringendo gli utenti a un forte aumento delle tariffe, per finanziare un servizio del quale peraltro circa l’80% delle abitazioni catanesi sono sprovviste.
Nel 2008 la sentenza n.335/2008 della Corte Costituzionale aveva dichiarato incostituzionale l’imposizione di questo canone agli utenti che non usufruissero di questo servizio. A seguito di questa sentenza, il circolo Città Futura, che fin dall’inizio aveva denunciato l’iniquità della riscossione di tale canone, si era subito attivato per permettere ai cittadini di chiedere alla Sidra il rimborso delle somme riscosse illegittimamente, consegnando moltissime richieste formali di rimborso agli uffici della società.
Ma nonostante la restituzione sia imposta anche da un provvedimento normativo del 2009, la Sidra, a differenza delle società di servizio idrico di altri comuni, non ha a tutt’oggi mai restituito nulla agli utenti.
Durante la conferenza stampa, Luca Cangemi, del coordinamento nazionale della federazione della Sinistra, ha rilevato le gravi responsabilità che la Sidra si è assunta perseverando nel suo comportamento illegittimo, ma anche di tutti coloro che sono coinvolti nella confusa gestione delle risorse idriche nel nostro territorio. Particolarmente gravi appaiono il silenzio e l’inerzia sulla questione dell’amministrazione comunale della città di Catania.
Il circolo Città Futura continuerà nell'impegno per la restituzione ai cittadini di quanto sottratto illecitamente, tanto più oggi, in una fase in cui i bilanci familiari devono far fronte alle pesanti conseguenze di una grave crisi economica e occupazionale.


giovedì 22 dicembre 2011

trenitalia vergogna! treni notturni soppressi e 800 licenziamenti!

da oltre 20 giorni tre lavoratori sono su una torre, al binario 21 della stazione centrale di Milano, per protestare contro la vergognosa decisione di trenitalia di sopprimere i treni notturni, i collegamenti diretti tra il Sud e il Nord, e di licenziare 800 lavoratori.
solidarietà con i ferrovieri in lotta!