domenica 6 novembre 2011

in ricordo di Nori Brambilla, compagna partigiana

Si è spenta oggi la compagna partigiana Nori "Sandra" Brambilla, vedova del compagno Giovanni "Visone" Pesce, medaglia d'oro della Resistenza.
In un recente video, il ricordo sempre vivo della lotta antifascista.

sabato 5 novembre 2011

chi era Guy Fawkes e che c'entra con la crisi?














Un tale Guy Fawkes, militare membro di un gruppo di cospiratori inglesi cattolici, il 5 novembre del 1605 tentò di far esplodere, con barili pieni di polvere da sparo, il parlamento britannico. La cospirazione fallì e Fawkes fu impiccato. Da allora, il 5 novembre è divenuto, per il Regno Unito, una sorta di Halloween, in cui i ragazzini portano in giro dei pupazzi di Fawkes o ne indossano la maschera, raccogliendo spiccioli per i petardi.

Cosa possono avere a che fare la figura di un integralista cattolico, che fondava le proprie azioni sulla scomunica papale al Regno Unito, e l’altrettanto ridicola usanza dei pupazzi e dei petardi, nata per esorcizzare ogni minaccia all’impero britannico, con le mobilitazioni globali di quattrocento anni dopo?

Forse un uso delle immagini distorto e privo di ogni memoria storica, che attraverso vie mediatiche globali ha riportato in scena il volto di Fawkes. Sei anni fa, un film blockbuster (oltre 90 milioni di dollari, incassati dagli stessi produttori della saga di Matrix), lanciava il controverso personaggio di “V per Vendetta”, ispirandosi al graphic novel di Adam Moore ma stravolgendone ambientazione e toni, tanto da spingere l’autore del fumetto a dissociarsi, anche a causa della scena finale in cui i cittadini indossano le maschere di Fawkes.

Un film zeppo di significati esoterici e di violenza psicologica, fino alla barbarie della tortura, da parte del protagonista V, della propria compagna, rapita, nascosta in una “galleria delle ombre” e seviziata, con l’obiettivo dichiarato di fortificarla ed estirparle la paura della morte!

Probabilmente è il caso di risparmiare la sequenza di assassinii e brutalità attraverso cui il terribile protagonista, che ovviamente indossa una maschera di Fawkes, giunge alla solitaria conclusione della sua storia, che non prevede – e mai potrebbe prevedere – una partecipazione collettiva alle gesta del “superuomo” che combatte da solo, e che non può che concludersi con la trionfale morte dell’eroe mascherato e con la parata della “massa”, altrettanto solitaria e priva di ideali e contenuti, che si lascia dominare da un potere misterioso e pervasivo, prima quello del totalitarismo, poi quello dell’omologazione delle maschere di Fawkes che coprono ogni volto nella scena conclusiva del film.

La vendita, solo nell’ultimo anno, di centinaia di migliaia di maschere di Fawkes, prodotte in Cina e Messico per pochi spiccioli, sta arricchendo la Warner, multinazionale titolare dei diritti: un paradosso, inconciliabile con la volontà di mobilitarsi contro il sistema capitalistico e il suo dominio globale!

Ma perché Fawkes/V – o un qualsiasi personaggio da kolossal hollywoodiano – conquista l’immaginario di una generazione? Perché l’individualista supereroe della cultura dominante anglosassone, e non uno/una tra tanti, piccoli e grandi, spesso involontari ma sempre esemplari protagonisti delle lotte di liberazione degli ultimi decenni, da Chico Mendes, campesino brasiliano, a Iqbal Masih, bambino operaio pakistano? (a cui tante significative realtà organizzate di compagne e compagni dedicano il proprio impegno politico e sociale).

Perché, al posto del fantomatico volto sfigurato dell’assassino V che si nasconde dietro la maschera, non c’è il volto – atrocemente sfigurato dalle fiamme, ma limpido nella sua disperazione – di Mohamed Bouazizi, senza cui la rivoluzione tunisina di pochi mesi fa non avrebbe avuto le stesse caratteristiche e la stessa dirompenza?

Finché non avremo il coraggio di dirci fino a che punto l’immaginario collettivo, persino di chi si sente “rivoluzionario”, sia stato colonizzato da un pensiero unico strisciante e pervasivo – forse, paradossalmente, più di quello messo in scena dai produttori miliardari del film su V – non potremo liberarcene.

Finché non avremo il coraggio di riconoscere cosa sia la forza – la forza straordinaria eppure semplice di Iqbal, di Chico, di Mohamed – non riusciremo a distinguerla dalla violenza; e senza estirpare la violenza, specista, sessista, razzista, classista, non è possibile nemmeno mettere in discussione il sistema capitalista, che si alimenta di violenza, generando continuamente nuova violenza e nuove forme di oppressione.

Finché non comprenderemo che “le parole sono pietre”, cogliendo il senso profondo di ciò che scriveva Carlo Levi alla madre di Turiddu Carnevale, bracciante ucciso dalla mafia, non potremo, innanzitutto con la forza delle parole, scardinare e combattere il sistema mafioso. Le mobilitazioni dei braccianti e le occupazioni delle terre nel dopoguerra ci hanno mostrato come le lotte siano di tutti, bambini, donne e uomini, e come questo faccia più paura al potere economico e mafioso.

Finché non riprenderemo coscienza della forza dei nostri corpi e del nostro partire da sé, non riusciremo a sperimentare e mettere in campo pratiche politiche dirompenti, come ci ha insegnato la straordinaria esperienza del movimento delle donne, ed in particolare la mobilitazione contro le basi Nato che, negli anni ottanta, riuniva a Comiso donne di tutta Europa, forti di una riflessione radicale sul patriarcato e la sua violenza, impegnate a bloccare l’impianto dei missili nucleari con azioni nonviolente, contrapponendo alla “delega della vita” (militarismo, sfruttamento, violenza sessuale, forza distruttiva) la “responsabilità della vita” (autodeterminazione, disarmo, forza creativa).

Ripartiamo dalla nostra forza creativa, gettiamo le maschere e inventiamoci nuove pratiche di trasformazione sociale!

collettivo glbtq città futura IbrideVoci

venerdì 4 novembre 2011

sabato 26 novembre presentazione del libro di annamaria rivera: la bella, la bestia e l'umano




























sabato 26 novembre, dalle ore 18,30, presso la sede del circolo città futura, via gargano, 37, catania

presentazione del libro:
la bella, la bestia e l’umano
sessismo e razzismo senza escludere lo specismo
di annamaria rivera

intervengono:
jenny balba (catania antispecista), mario bonica (scrittore e regista), barbara crivelli (rete antirazzista), anna di salvo (città felice) pina la villa (redazione girodivite), giuseppe pappalardo (ricercatore infn), alberto rotondo (collettivo ibridevoci)…

segue CENA SOCIALE VEGANA e VEGETARIANA


Accade..., di Carmina Daniele






























accade
accade che in un pomeriggio di fine ottobre piova in un luogo di questa nostra terra: le cinque terre.
accade che piova e che questa pioggia diventi temporale, fitto, scrosciante, e che questo temporale fitto, scrosciante si fermi per ore ed ore a scatenare tutta la sua ira…
   e che questa ira scateni un’altra ira …l’ira delle montagne che sovrastano questo meraviglioso angolo della nostra terra… e che le montagne cominciano a sgretolarsi, a scivolare giù in una folle corsa verso il mare. Fango, detriti, alberi smossi dalla furia, giù verso quei paesi millenari cari a Shelley a Byron, a Montale, suoi i versi:

                  Non più quel tempo.
                  Varcano da il muro rapidi
                  voli obliqui,
                  la discesa di tutto non si arresta e
                  si confonde sulla
                  proda scoscesa anche
                  lo scoglio che ti portò
                  prima sull’onda.

cari a me: Fango che invade i carrugi sino a due metri d’altezza, i carrugi con le case colorate, i portoncini stretti e le botteghe lungo i lati. Il baretto del mio negroni, il panificio di gino, la cantina da cui passavamo ogni sera per rifornirci di quel vino bianco unico delle cinque terre.

accade
è accaduto a Sarno, è accaduto a Giampilieri e a Vicenza, accade a San Fratello ad Acicastello .
accade che per la seconda volta un pezzo di muro crolli a Pompei,
accade che un soffitto della Domus Aurea ceda.

accade
ma perché questo accade?
accade perché c’è qualcosa che è stata dimenticata, qualcosa che è stata annullata in questi ultimi anni, annullata nel nome di un potere, di un’economia di profitto gestita da pochi, qui in questa nostra terra, nel mondo, ed è l’attenzione.
L’attenzione alla cura verso questo pianeta, l’attenzione a tutto quello che ci sta attorno: donne, uomini, natura, regno animale.
C’è bisogno di fermarsi. Fermarsi per disfare e fare ponendo al centro il desiderio primario dell’attenzione alla cura, come da anni noi donne della politica stiamo elaborando e praticando.


Carmina Daniele 
della Città Felice Catania
1 novembre 2011

giovedì 3 novembre 2011

trenitalia cancella i collegamenti con la Sicilia!








Trenitalia si sta preparando a cancellare ogni collegamento ferroviario tra la Sicilia e il resto d'Italia. A partire da dicembre, tutti i treni diretti alunga percorrenza, in particolare i notturni, da e per i capoluoghi siciliani verranno cancellati (tranne un intercity per Roma della mattina); chiunque volesse tentare di partire in treno sarà costretto a traghettare a piedi, per accedere ad una costosissima "freccia rossa", che collega Reggio Calabria e Milano (con cambio a Napoli) due volte al giorno all'esorbitante cifra di oltre 150 euro per una tratta di sola andata.
Come faranno emigrati e studenti, che nel periodo delle festività, quando le tariffe aeree lievitano, dovranno raggiungere la Sicilia? Come faranno, durante tutto l'anno, lavoratori stagionali, precari, migranti, per cui il treno ha rappresentato l'unica possibilità di movimento, nella continua speranza di lavori comunque momentanei da cui trarre un minimo sostentamento, in una società in cui il "low cost" è un "lusso" per chi possiede una carta di credito?
La vergognosa decisione di Trenitalia, che ricordiamo essere una partecipata statale, non è che una delle conseguenze delle politiche governative che, invece di investire sulla mobilità sostenibile, hanno scelto, ormai da anni, di colpire le classi più deboli, i pendolari del nord, l'intero Mezzogiorno d'Italia e la Sicilia in particolare, e di puntare su grandi opere costose ed inutili come il ponte e la TAV. L'alta velocità si dimostra ancora una volta, oltre che un ecocidio, un lusso per le classi alte!
In questi mesi ci batteremo per il ripristino dei collegamenti ferroviari, ed invitiamo alla mobilitazione i lavoratori delle ferrovie, le organizzazioni sindacali, i movimenti e le forze democratiche.

mercoledì 2 novembre 2011

società della conoscenza, capitalismo dell'ignoranza. una proposta di discussione del circolo "olga benario"






















Società della conoscenza, capitalismo dell’ignoranza.

1. La questione della conoscenza come questione globale.

La conoscenza rappresenta un decisivo terreno di scontro tra il capitalismo contemporaneo e ogni istanza di liberazione sociale e umana.
Da un lato è riproposto in forme nuove e brutali l’antico tentativo delle classi dominanti di impedire alle classi subalterne l’accesso ai saperi e, quindi, agli strumenti di analisi e contestazione dell’asserita naturalità dei privilegi.
Dall’altro la natura medesima della produzione capitalistica dei nostri tempi apre una contraddizione formidabile, tra la voracità capitalistica di conoscenze sempre più necessarie alla produzione di merci e l’altrettanto insopprimibile tendenza del capitalismo neoliberista a distruggere le condizioni che permettono alle conoscenze stesse, alla cultura di svilupparsi.
Sono molteplici le forme e i terreni in cui questa contraddizione si rivela distruttiva.
In primo luogo, le politiche neoliberiste hanno innanzitutto colpito la dimensione e l’apertura dei sistemi d’istruzione in tutto il mondo.
Il movimento cileno per la ripubblicizzazione del sistema educativo è straordinariamente significativo non solo per la sua ampiezza e per la sua radicalità ma perché ha posto il problema di sconfiggere il sistema liberista dell’istruzione nel paese in cui esso si affermato nella sua forma più pura, con istituzioni della formazione e della ricerca quasi totalmente privatizzate.
In forme e dimensioni diverse questo è accaduto in molte parti del mondo e oggi è sottoposto a critica in tutto il mondo.
In secondo luogo, un attacco alle condizioni materiali della creazione culturale si è manifestato anche fuori dai sistemi formativi. Dalla produzione teatrale a quella musicale il taglio delle risorse pubbliche crea le condizioni per un abbassamento generale della qualità culturale, per il restringimento dell’accesso a essa, per la limitazione sociale proprio di quelle attitudini critiche e creative che più sarebbero necessarie, persino dal punto di vista produttivo, in una società che deve fare i conti con processi sempre più complessi.
In terzo luogo la cultura in ogni sua forma, nel quadro neoliberista è non solo attaccata nelle sue possibilità di sviluppo e diffusione sociale ma è anche compromessa nella sua natura. I processi di mercificazione e omologazione dell’immateriale, dell’immaginario, dell’informazione sono connessi a un capitale che tende a colonizzare ogni forma sociale, a non avere recinti entro cui contenere la sua tendenza alla valorizzazione.
Infine, la vita precaria di un numero sempre crescente di uomini e di donne (e degli stessi/e lavoratori e lavoratrici della conoscenza) tende a sottrarre tempo all’autoformazione e all’approfondimento.
Il capitalismo contemporaneo, quindi, tende a evocare la conoscenza come asse della società ma a realizzare una catastrofe culturale.
Descrivere tutto ciò, porta non solo alla denuncia di una situazione insopportabile, ma anche all’individuazione di forze concrete di resistenza, che attorno alla questione della conoscenza possano dividere il fronte avversario e realizzare un blocco alternativo. Ancora torna l’esempio cileno, dove attorno al movimento per l’istruzione pubblica si è realizzato blocco sociale che include i lavoratori, ma anche settori intermedi della società e si è rotto un blocco reazionario che aveva guidato socialmente la transizione in continuità con gli anni di Pinochet e che ancora pochi mesi fa era egemone.

2. In Italia.

Gli interventi operati dalla Gelmini, sin dal 2008, sono il più radicale, anche se non il primo, tentativo di allineare l’Italia a quest’onda liberista. Naturalmente dentro una situazione italiana che ha le sue specificità, prima tra tutte le storiche contraddizioni del sistema dell’istruzione nazionale e il particolare condizionamento delle gerarchie vaticane nell’ambito educativo.
L’impatto dei provvedimenti della Gelmini è stato devastante. I numeri dei tagli sono noti, in sintesi possiamo dire che in tre anni si è determinato un intero sistema formativo e della ricerca più piccolo, più inefficace, più discriminatorio negli accessi, più gerarchico al proprio interno.
Le giovani generazioni sono state brutalmente colpite con progressive barriere sociali e condizioni di studio inaccettabili dal punto di vista materiale che da quello didattico. È stato operato un massacro del personale precario sia nella scuola sia nell’università che  provoca, tra l’altro, una forte corrente di emigrazione intellettuale. I lavoratori a tempo determinato dei settori della conoscenza sono stati colpiti in maniera inaudita sul piano dei diritti sindacali, previdenziali, retributivi.
Con particolare virulenza reazionaria sono state colpite le esperienze più avanzate e sensibili socialmente del sistema scolastico: il modello di scuola primaria, l’integrazione dei disabili, i corsi serali. L’istruzione tecnica e professionale è stata funzionalizzata ai desideri di Confindustria per la formazione di manodopera (proveniente dai settori sociali subalterni e dall’immigrazione di seconda generazione) con scarsa qualificazione, bassi redditi e zero diritti. Sul piano della ricerca il governo ha sostanzialmente deciso l’uscita dell’Italia dai paesi moderni.
Una dequalificazione complessiva, una feroce selezione di classe, un’archiviazione della cultura critica sono le caratteristiche essenziali del sistema che è stato disegnato. Un sistema che ci parla del futuro del paese.
Le responsabilità di una simile catastrofe sono complesse. Ha, infatti, trovato molti alleati la feroce determinazione del governo e della maggioranza che unisce ideologia liberista, volontà di scaricare sul settore della conoscenza una larga parte dei tagli alla spesa pubblica, il tradizionale disprezzo della cultura di molta destra italiana. La Confindustria è stata diretta ed esplicita ispiratrice di molte scelte sul settore, concludendo un’opera di pressione che va avanti da anni e che ha condizionato molto anche i governi di centrosinistra. Cisl e Uil hanno compiuto una gravissima scelta di fiancheggiamento dell’esecutivo. La stessa debolezza dell’opposizione parlamentare è frutto dell’egemonia d’idee liberiste sul sistema formativo che toccano ampiamente, in particolare, settori del PD. Infine non è possibile sottovalutare la responsabilità di molti intellettuali e di grandi giornali le cui campagne, alcune vergognose come quella contro i precari, hanno costruito un contesto favorevole all’azione del governo.
Questo quadro così difficile rende ancor più importante l’esperienza delle lotte che si sono sviluppate in questi anni. Il movimento contro i provvedimenti della Gelmini nel 2008 è stato il primo grande segnale di opposizione in una fase in cui il governo Berlusconi godeva ancora di grande consenso. Le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici della conoscenza, dei precari, degli studenti, dei ricercatori hanno costituto in questi anni un punto di riferimento importante, hanno rotto il muro del silenzio, hanno in parte condizionato gli orientamenti politici e sindacali, hanno portato, elemento essenziale, nuove forze all’impegno.
I problemi, naturalmente sono stati enormi: la frantumazione sociale e le tendenze corporative sono fenomeni che negli anni hanno largamente scavato e che mettono sempre in questione l’unità delle lotte, tanto più in una situazione difficile di resistenza. L’inizio di quest’anno scolastico ha visto in particolare una difficoltà nella ripresa delle mobilitazioni, in particolare sul terreno del precariato su cui scontiamo i devastanti effetti delle nuove norme sulle graduatorie che hanno comportato l’emigrazione di migliaia di lavoratori, spesso tra i più attivi.
Più in generale ci appare indispensabile aprire una riflessione generale in cui il movimento di scuola, università, ricerca e cultura (con riferimento ad esperienze straordinarie come quella del teatro Valle) si ricollochi nella nuova fase politica e sociale che sta vivendo il paese, ridefinisca piattaforme, relazioni, forme di organizzazione.
Le questioni che ci sembrano centrali per questa riflessione sono:
- una più stretta azione comune dei diversi settori della conoscenza e delle differenti figure sociali che vi vivono e lavorano.
- una più compiuta e quotidiana relazione con le altre lotte che si sviluppano di fronte all’inasprirsi della crisi e delle politiche di governo e BCE. Questo può essere fatto a partire da una pratica di condivisione non solo di manifestazioni ma anche di riflessioni e soprattutto di luoghi.
- un profilo del movimento che superi un’attitudine difensiva dell’esistente, che pure in parte saranno ancora necessari di fronte alle nuove scelte del governo, privilegiando la costruzione di una piattaforma che ponga l’obiettivo di invertire le tendenze delle politiche del mondo della conoscenza e della cultura. Questo è particolarmente importante di fronte a possibili cambiamenti del quadro politico.
- una discussione seria e non sloganistica intorno al concetto di “conoscenza bene comune” o in altri termini sulle forme in cui il discorso sulla conoscenza diventi centrale in un progetto generale di trasformazione della società, possa essere il cemento di alleanze sociali e politiche.

3. Nel Sud, in Sicilia, a Catania.

Le controriforme della Gelmini e la tragica prospettiva del federalismo hanno reso gigantesca una questione meridionale nel settore della conoscenza che è comunque uno dei nodi storicamente irrisolti.
Com’è noto una quota preponderante dei tagli ha colpito le grandi regioni meridionali e, come abbiamo già scritto, questo provoca una più forte emorragia di risorse intellettuali dal Sud del paese, contribuendo al suo impoverimento.
Le tante vicende d’insegnanti costretti a emigrare al Nord o di ragazzi che, appena diplomati, vanno a cercare opportunità formative altrove, ci dicono non solo di una drammatica condizione umana e sociale ma anche della deprivazione di un territorio, della negazione in radice delle sue possibilità di sviluppo.
E’ chiaro che per cambiare questa situazione è necessario vincere la battaglia più generale per rovesciare radicalmente l’impostazione delle politiche in direzione di un sistema nazionale della scuola, dell’università, della ricerca equilibrato e che faccia un investimento serio sulle regioni meridionali. Questo investimento dovrebbe essere parte di un intervento per il mezzogiorno profondamente rinnovato, che punti proprio su formazione, ricerca e valorizzazione dei beni culturali come assi di sviluppo.
Questo dovrebbe valere non solo per la valorizzazione delle risorse intellettuali meridionali ma in un’ottica mediterranea.
Le rivolte della sponda sud hanno mostrato la straordinaria vitalità di nuove generazioni che non devono essere lasciate sole. La cooperazione sud-sud, in particolare a livello universitario e di ricerca, è un elemento sul quale le regioni meridionali e in particolare la Sicilia, dovrebbero lavorare come elemento di crescita e di affermazione di un ruolo diverso nel Mediterraneo, che è decisivo anche per lo sviluppo economico.
Su questo obiettivo è possibile e necessario attivarsi da subito, anche dal basso, premendo sulle singole istituzioni universitarie, oltre che su regioni ed enti locali e attivando relazioni e scambi con il mondo universitario dei paesi dell’Africa settentrionale.
Una verifica, in rapporto con le organizzazioni sindacali, in particolare la FIOM, e con le RSU va fatta rispetto allo stadio dei rapporti tra ricerca e mondo produttivo nel Mezzogiorno, per denunciare scelte strumentali e di corto respiro e aprire vertenze. Il caso ST, per la dimensione dell’insediamento produttivo e per i fitti rapporti sviluppati con il mondo accademico negli anni, acquista il valore di un caso paradigmatico dei limiti dei rapporti tra ricerca e produzione nel Mezzogiorno d’Italia.
Sul piano del sistema scolastico al livello regionale e locale la lotta contro il disegno della Gelmini va condotta assumendo con forza la questione delle strutture.
Una questione che incontra i problemi della controriforma e dei tagli a due livelli: da un lato le cosiddette “classi pollaio”, dall’altro le percentuali risibili d’istituti che garantiscono il tempo pieno e il tempo prolungato.
Sul primo problema ogni anno la denuncia di classi così piene da rendere impossibile la didattica e da mettere a rischio elementari norme di sicurezza si spegne nelle prime settimane di scuola. È necessario dare continuità a un’azione concreta di verifica delle condizioni effettive di lavoro e di studio.
Più in generale è necessario costruire politicamente l’ipotesi di un grande piano di adeguamento dell’edilizia scolastica, che sarebbe anche una grande occasione di lavoro. È possibile e necessario che per questo progetto operino insieme studenti, lavoratori della scuola, la Fillea, organizzazione dei lavoratori edili.
Sul secondo problema, è necessario aprire nel sud, con regioni ed enti locali, una vertenza per un adeguamento di strutture e servizi che permettano di aumentare sensibilmente la quota di tempo e tempo prolungato, via maestra per una nuova offerta formativa, in particolare nelle aree più disagiate socialmente, e per  garantire un allargamento degli organici.
È necessario dalle regioni meridionali, dove si concentra il precariato, rilanciare un forte impegno nazionale per la stabilizzazione. Il discorso va ripreso a partire dalle richieste di totale ritiro dei tagli e d’istituzione di un organo aggiuntivo d’istituto e dal rilancio del percorso, già previsto da una legge dello Stato, di rapida stabilizzazione di tutti i precari delle graduatorie ad esaurimento. Questa deve essere la precondizione per avviare una nuova fase di reclutamento, aperta alle giovani generazioni di laureati.
Su un piano più generale, dal sud è necessario costruire un salto di qualità nell’incontro tra i saperi e i movimenti di lotta. Pensiamo alle tante lotte per la difesa dell’ambiente e del territorio che trarrebbero una carica straordinaria dall’intreccio con i saperi complessi di cui sono portatori i lavoratori della conoscenza. Da questo intreccio può nascere un’unificazione e un impatto generale di lotte che, troppo spesso, sono tanto importanti quanto disperse. Da questo intreccio possono nascere, inoltre, piattaforme di proposta articolate in grado di far contare politicamente questioni decisive.
È dal Mezzogiorno che un movimento per la conoscenza come bene comune può manifestare tutta la carica di trasformazione.


Nota di lettura: nel testo usiamo la dizione lavoratori e lavoratrici della conoscenza ed in particolare per la scuola non facciamo distinzione tra figure docenti ed ATA. Pensiamo infatti che, pur riconoscendo la specificità di ogni esperienza professionale, sia necessario anche uno sforzo linguistico di unificazione del mondo del lavoro.

un referendum contro l'Europa delle banche













L’annuncio a sorpresa del premier greco Papandreou di voler sottoporre a referendum l’accordo europeo sulla ristrutturazione del debito ellenico e le conseguenti misure di austerità, che vengono imposte alla Grecia come condizione per accedere ai programmi di salvataggio delle istituzioni monetarie internazionali, irrompe sul vertice del G20 di Cannes, che si terrà domani, 3 novembre.
Il vertice segue l’accordo raggiunto il 26 ottobre dai capi di governo dell’Europa a 27 sulla gestione delle conseguenze del “fallimento pilotato” della Grecia sui coefficienti patrimoniali delle banche europee, che hanno i portafogli pieni di titoli del debito pubblico dei paesi periferici dell’area euro. L’aver previsto una ristrutturazione dei titoli ellenici, in una misura pari a circa il 50% del loro valore nominale, equivale tecnicamente ad un evento di default, e a nulla rileva il fatto che le banche e le grandi istituzioni finanziarie aderirebbero al piano su basi volontarie, dietro la promessa di capitali freschi, provenienti, per il tramite di una riforma del Fondo Monetario Internazionale, dai paesi emergenti, per colmare i paurosi buchi di bilancio che la crisi del debito europeo rischia di causare.
Si tratta pur sempre di Distressed  Exchange, come ha certificato Fitch, una delle famigerate agenzie di rating internazionali, e quindi di un evento di default che farebbe scattare obblighi di risarcimento miliardari per le istituzioni che hanno emesso gli altrettanto famigerati Credit Default Swap, il cui vasto e poco trasparente mercato è stato il teatro preferito degli attacchi speculativi al debito pubblico dell’eurozona.
Ma il duo Merkel/Sarkozy e i tecnocrati delle banche hanno fatto il conto senza l’oste. Se veramente il referendum si terrà, i greci avranno modo di esprimersi sulle reali intenzioni dei “piloti” del proprio default: avranno modo di giudicare su se stessi, riappropriandosi del proprio diritto all’insolvenza, dei drammatici costi sociali che comporterà, ma anche delle speranze di ricostruzione che potrebbero accompagnarla e seguirla. In ogni caso ciò non cancella le precedenti responsabilità di Papandreou, e le due più importanti forze di sinistra greche, il KKE e SYRIZA, che in questi anni hanno dato vita ad imponenti manifestazioni, premono comunque per elezioni anticipate, ma è evidente che la mossa del presidente del consiglio greco, se lo espone al rischio di uno scivolone parlamentare sin dal voto di fiducia di venerdì, ha immediatamente rovesciato il tavolo e dettato una nuova agenda ai lavori del G20 di Cannes.
Comunque vadano le cose, la proposta di referendum può rappresentare un’occasione storica per la sinistra politica, per entrare in connessione con la vasta alleanza sociale e con il movimento che si oppone ai ricatti della troika internazionale e che con il referendum ha l’opportunità di proporsi alla guida degli straordinari cambiamenti in atto. Se  la consultazione referendaria si dovesse tenere, la mobilitazione che si riuscirà a mettere in campo ci restituirà la cifra del rinnovato protagonismo delle forze sociali e politiche democratiche; secondo un recente sondaggio il 60% dei greci potrebbe votare no alle politiche di risanamento del governo Papandreou.
E in Italia? Il governo Berlusconi sembra ormai giunto all’epilogo. La serie di pre-consultazioni del presidente della Repubblica con le delegazioni dei partiti dell’opposizione parlamentare e la pronta disponibilità del PD, dell’IDV e del Terzo Polo ad un esecutivo di salvezza nazionale, con il compito di portare a compimento il massacro sociale annunciato da Berlusconi nella sua lettera all’Unione Europea,  sono elementi significativi della nuova fase che si potrebbe aprire.
A sinistra, segnaliamo una ripresa del movimento che il 15 Ottobre aveva  portato a Roma centinaia di migliaia di donne e di uomini, un movimento che intende contrapporre i principi della democrazia diretta e partecipata, agli accordi di vertice dell’establishment politico e finanziario che governa la globalizzazione.
Come è stato acutamente osservato: questo movimento, se da un lato ha piena consapevolezza del cambiamento di fase in atto, assumendo tra le proprie parole d’ordine il tema della cancellazione del debito, dall’altra parte non sembra aver maturato fino in fondo la piena comprensione degli effetti che provocherebbe una dichiarazione di insolvenza dell’Italia. Come ha scritto Emiliano Brancaccio in una sua recente intervista, la conseguenza immediata di un default è che uno stato o una comunità di stati per un lungo periodo dovrebbero fare a meno del ricorso ai prestiti internazionali; si tratta di una “linea che affiderebbe di nuovo un ruolo forte allo stato nazionale, o a una comunità di stati che puntino a una politica economica più autonoma rispetto alle leggi impersonali della cosiddetta globalizzazione”.
Per questo motivo è importante la proposta della FIOM, espressa oggi da Giorgio Cremaschi, e della Federazione della Sinistra: si proponga anche in Italia un referendum sul cosiddetto pacchetto di misure anti-crisi del governo Berlusconi, si dica no al governo della BCE, sia pure annacquato in salsa democratica, e si dia voce ad un intero popolo che reclama più democrazia e più partecipazione. Si aprirebbe un ampio dibattito e si stimolerebbero energie e competenze che oggi appaiono ingabbiate dal ricatto sociale del debito e delle presunte “virtù” richieste dall’austerità repubblicana. Potrebbe essere il riaffermarsi di una nuova speranza di cambiamento per un paese ormai stremato da un trentennio di politiche neoliberiste e un ventennio di fascismo estetico berlusconiano.
Intanto nei prossimi giorni teniamo alta la mobilitazione nelle piazze e nelle strade, un altro futuro è possibile. PEOPLE OF EUROPE RISE UP !

Alberto Rotondo